FRANCESCO MUSANTE

FRANCESCO MUSANTE
UNA ROSA LA LUNA E LA NOTTE INTERA PER PENSARE A TE

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.
I bambini non ricorderanno se la casa era lustra e pulita ma se leggevi loro le favole. Betty Hinman
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sabato 4 febbraio 2012

FERMA UN TURNO


Mercoledì, 1 febbraio 2012


Come previsto dai meteorologi e comunicato dalla Protezione Civile stanotte ha nevicato. Socchiudo la finestra per assicurarmene: sul davanzale alcuni centimetri di neve soffice e candida. Richiudo e torno a letto.
Non si può far molto oggi, le strade sono ghiacciate ed uscire è troppo pericoloso. Insomma sono... FERMA UN TURNO! Una giornata intera senza poter assolvere ad alcun impegno, senza programmi prestabiliti, senza coda alla posta per pagare le bollette, o spesa da fare, senza corse per arrivare in orario a lavoro e portare mio figlio a scuola, senza poter aprire le finestre per fare le pulizie di casa...
FERMA UN TURNO! Nel silenzio della campagna coperta di neve e inevitabilmente inoperosa il tempo sembra essersi fermato, alleggerito dagli obblighi quotidiani, dilatato nel riposo forzato. IL tempo smette di essere nemico inesorabile, incalzante, frammentato in molteplici impegni, programmi, doveri che si susseguono pressanti. "Il tempo è denaro"... ma non oggi. Oggi il tempo resta senza scopo, improduttivo, non apprezzabile secondo la consueta logica capitalista... E' tempo inutile! Perché non produce, non arricchisce, non fa salire il PIL. E', insomma, tempo perso!

Non mi resta che rimanere a letto, al calduccio sotto le coperte, pisolare un po', e poi perdermi a guardare i giochi di luce ed ombra sul muro, ad ascoltare le voci della casa, lo scricchiolio del legno, il tremolio dei vetri accarezzati dal vento, il fruscio delle coperte, come facevo da bambina quando ero obbligata a letto con l'influenza e non c'erano tv né videogame ad allontanare la noia. E poi aprire un libro, e fermarmi a leggere e rileggere più volte le parti più significative, o misteriose, o convincenti. A perdere tempo insomma anche nella lettura. Tempo perso dunque? Per niente! E' tempo guadagnato, gravido di regali come questo :
"Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. Non chiedere garanzie, non chiedere sicurezza economica, un siffatto animale non è mai esistito; e se ci fosse, sarebbe imparentato col pesante bradipo che se ne sta attaccato alla rovescia al ramo di un albero per tutto il giorno, passando l'intera vita a dormire. Al diavolo, squassa l'albero e fa che il pesante bradipo precipiti al suolo e batta per prima cosa il culo!"


"Fahrenheit 451"

mercoledì 12 ottobre 2011

GATTI E FUGHE...

Mi incuriosisce davvero molto questa storia dei gatti che, ogni tanto, fuggono. Vedi sui muri, sui tronchi d'albero, nei bar, tristi locandine in cui i padroni: piccoli, adulti, maschi, femmine, lanciano appelli strazianti da cui capisci che il gatto è scappato e, apparentemente, non aveva un perchè. Leggi le poche righe, guardi la foto, ti stupisci della ricompensa e pensi che, quell'animale lì, aveva sicuramente le rotelle fuori posto per scappare da un posto in cui aveva tutto quell'amore. E non puoi fare a meno di immaginartelo, l'anarchico impunito. E' andato sicuramente al sole, a rincorrere una micina, a farsi i fatti propri. Era, forse, stanco di carezze che consolavano più chi le dava che lui. Sopraffatto da una vita organizzata, che ingrassa il fisico e deprime la vitalità. Deve aver preso il coraggio a due mani e via. Magari dopo una bella giornata, passata sul divano di casa, sazio di cibo e attenzioni. Non credo abbia corso, piuttosto immagino che se ne sia andato lentamente, un passo dietro l'altro, tra l'indifferenza di chi si accorge della crepa solo quando è un buco profondo. Avrà avuto il battito al cuore ai primi passi, avrà sperato in un richiamo all'inizio del viaggio. Poi, pian piano, avrà acquistato sicurezza, si sarà concentrato sui passi successivi più che sulla strada trascorsa, si sarà interrogato sulla meta, sulle possibilità. Chissà se avrà avuto dei rimpianti...Non ho mai letto di gatti che son tornati indietro, ma forse, queste, son storie meno interessanti...

venerdì 5 novembre 2010

LA BIONDA DEL CAPO

Da poco laureata, avevo trovato lavoro in un negozietto del centro che vendeva tabacchi e giornali. Passava da lì ogni mattina una moltitudine di gente svariata, studenti, mamme coi figli da accompagnare a scuola, casalinghe in cerca della fortuna promessa dai "grattini", professionisti per il giornale o qualche marca da bollo. Era nostro cliente anche il Direttore della Banca più importante della città. Da poco trasferito, era un cinquantenne di ricercata eleganza, un po' appesantito dall'età, i capelli radi, e due occhi magnetici color verdemare. Occhi intriganti, arditi, che ti lasciavano nuda. Ogni volta che attraversava la piazza, mi lanciava, attraverso i vetri, sguardi appassionati ed insistenti che ricambiavo con timidi cenni di saluto. Mi lasciava stupita e turbata. Ma soprattutto mi lusingava. Un giorno si fece più audace e mi invitò a prendere un caffè. Non conosco nessuno, sono nuovo in questa città e lei mi sembra così gentile, mi disse. Accettai, incuriosita, compiaciuta, e, per qualche strano motivo, anche attratta dalla situazione. Sarà che avevo passato gran parte della mia vita col naso tra i libri a rimuginare sulle tesi paranoiche di Hegel e sul pensiero visionario di Marx. Sarà che la mia laurea in filosofia, per cui avevo tanto faticato, giaceva inutile ed inutilizzata in un cassetto. Sarà che avevo da poco sposato il grande amore della mia vita, che era stato il primo, l'unico e il solo. Sarà che ero cresciuta in un piccolo paesino della provincia, e avevo più sogni che occasioni concrete. Sarà che ero stanca di tentare concorsi su cui rimbalzavano le speranze di migliaia di povericristi come me. Sarà che avevo, fino ad allora, più sognato che vissuto, conosciuto più poesie che persone e un'esperienza del mondo mutuata quasi esclusivamente dai libri. O, forse, sarà semplicemente che abbiamo istinti nascosti di rivalsa, di rivincita a tutti i costi che spesso stentiamo a riconoscere ma che sono forti ed innati in noi. Fatto sta che le attenzioni garbate ma costanti del Direttore incomprensibilmente mi gratificavano. Come se questa mia ascendenza su di lui potesse offrirmi un qualche potere, una maggiore considerazione, una possibilità di successo e di gratificazione in via indiretta. Come se potesse concedermi una qualche possibilità di riscatto facile e immediato, una rivincita sul mondo, che nessun merito mi avrebbe mai dato. O potesse aprirmi certe porte e fornirmi allettanti occasioni. Essere una Bionda del Capo poteva avere i suoi vantaggi. Me ne rendevo conto con un certo incredulo stupore. Eppure mi pervadeva, al pensiero, una sottile esaltazione, un'ambigua ed inquietante eccitazione. D'un tratto sembrava tutto così facile, accessibile, a portata di mano.
Potete immaginare il mio smarrimento ed il mio imbarazzo nello scoprire dentro di me, giovane donna emancipata, femminista di seconda generazione, sognatrice imperterrita, comunista ostinata, dottoressa di filosofia con la vocazione dell'insegnante, una Lori Del Santo qualsiasi, una Tinì Cansino dei poveri.
Inutuile dire che la storia finì lì. Anzi per la verità non iniziò mai. Dopo che avevamo stabilito di darci del tu, di fronte al caffè e al mio succo di frutta che non ne voleva sapere di scivolare nel mio stomaco chiuso, il Direttore mi offrì generoso il suo aiuto: Se tu avessi bisogno di qualcosa... di qualunque cosa, io vorrei poterti aiutare,... vorrei, ecco, che tu ti rivolgessi a me per qualsiasi cosa... Di colpo, istintivamente, tornai a dargli del Lei, umiliata da quel corteggiamento che mi appariva come una trattativa commerciale. E così tornai ad inseguire i miei modesti sogni di una famiglia, di una casa di proprietà, di un lavoro da insegnante. Ed un anno dopo col pancione tenevo le mie prime lezioni di grammatica ad una scolaresca rumorosa e distratta.
Ho fatto le mie scelte e ne sono felice. Ma vorrei capire cosa spinge noi donne a sentici più sicure, più forti e meno indifese sotto la protezione di uomini potenti ed influenti. Quale bisogno ancestrale ci fa cadere in questo tranello?

domenica 17 ottobre 2010

UN ABBRACCIO

Ogni mattina, prima di arrivare in ufficio, accompagno l'Adolescente a scuola in un Comune vicino. Per evitare il traffico cittadino percorro una strada di montagna, alternativa e comoda, seppur piena di curve. Apprezzo iniziare la giornata così. Mi riempio gli occhi di verde, godo della vista della città dall'alto, mi rilasso ad osservare gli alberi secolari. Purtroppo, negli anni, l'uomo ha cominciato la sua invasione selvaggia anche qui: costruzioni imponenti nascono all'improvviso, si parano davanti agli occhi come bambini che giocano a nascondino e si materializzano, beffardi, senza avvertire. Le case esistenti si allargano, i muretti di cinta si allungano, gli alberi vengono diradati per far posto al cemento. Da alcune settimane, giorno dopo giorno assisto, impotente, alla lenta preparazione di un grande campo. Viene pulito con cura. Preparato ad un nuovo utilizzo. Tremo, guardando la metamorfosi; immagino il seguito. Ogni mattino butto il mio sguardo a quel bel pezzo di verde e lo saluto, solidale, empatica, già consolandolo per ciò che presagisco dovrà subire. Un'assenza di qualche giorno, una mattina, mi pone di fronte alla più sconcertante e gradita delle sorprese: il campo è invaso da tante piccole piante d'ulivo. Un uliveto! Stavano preparando il terreno per accogliere pianticelle d'ulivo, non più alte di un bambino il primo giorno di scuola. Sorrido di commozione! Come sono belle. Un quadro di Monet. La speranza mi invade; nei miei pensieri trovano spazio diecimila raggi di sole. Mi sento bene, come dopo un abbraccio.

domenica 19 settembre 2010

Come l'acqua di un fiume...

Con un voto quasi unanime, il Senato francese ha approvato in via definitiva il divieto di indossare burqa e niqab nei "luoghi aperti al pubblico", come negozi, parchi, autobus, o "destinati a un servizio pubblico", come scuole e ospedali sul suolo francese. In caso di violazione è prevista un'ammenda di 150 euro per la donna che indossa il velo integrale e una “punizione” più significativa per l’uomo che costringe la donna a indossarlo: fino a 30mila euro e un anno di prigione.
La decisione del Parlamento francese mi ha provocato una immediata e spontanea reazione di sdegno, come per una libertà violata, per la violenza di un'imposizione che, con il pretesto della sicurezza, ha il retrogusto amaro dell'intolleranza e della xenofobia. Eppure, ho provato un brivido simile, come di fronte ad un'umanità negata, quando, cercando di capire, ho trovato immagini di donne integralmente coperte. Che dire, dunque? Non trovo risposte, non ho certezze, solo una profonda, controversa perplessità. Infatti, ci troviamo davanti a due principi parimenti legittimi, entrambi da tutelare. Da un lato la libertà di scelta e di espressione dell'individuo e la responsabilità di una società di far di tutto per favorire l'integrazione attraverso l'accettazione dell'altro, della sua cultura, della sua religione; dall'altro la salvaguardia dei diritti umani, della dignità della persona, dell'inviolabilità del corpo della donna.
Un argomento come questo meriterebbe una lunga e profonda discussione nel Paese, scevra da luoghi comuni e da pregiudizi, volta a comprendere, a conciliare, a cercare un terreno d'incontro. Difficile! Io però azzardo una proposta: perchè, non imporre per legge a TUTTI! di indossare il burqa per una settimana? Tutti! Uomini e donne. Giovani e vecchi. Col burqa, solo gli occhi scoperti. Per l'idraulico sdraiato sotto l'acquaio da riparare, per il vigile in mezzo alla strada, per l'infermiera che aiuta i pazienti, per il maestro di canto, la bidella che spazza il cortile, l'autista del pullman. Per la madre che porta il figlio al mare, per il contadino che ara la terra, per la casalinga che pota le sue rose, per il ragazzo che corre in moto. Il burqa! Quando usciamo a prendere un caffè, a fare un giro in bici, la spesa settimanale, una corsa in spiaggia. Il burqa per capire. Quante di queste cose non potremmo o riusciremmo a fare? Quante esperienze ci verrebbero negate? Quante volte malediremmo il cielo?
Proviamo e poi decidiamo.

lunedì 19 luglio 2010

STOP!

Vorrei scrivere un post. Eppure fatico a trovare qualche idea su cui scrivere. Guardo indietro, ai post della scorsa estate, e scopro che quello che avrei da dire l'ho già scritto. Userei le stesse parole, le stesse frasi, gli stessi argomenti per gli stessi soggetti. La rabbia è ancora lì, immutata. Forse un po' indurita, scolorita, incattivita. Stesso lo sdegno, il senso d'impotenza, la repulsione. Identica la frustrazione. Magari un po' accresciuta. Finirei per ripetere le stesse argomentazioni, riproponendo le solite critiche, insistendo sugli stessi giudizi. Impiegherei persino le stesse parole. Mi cala allora addosso una indicibile stanchezza. Per tutte le parole spese, per i discorsi fatti, per le aspettative deluse. Per la rabbia espressa e per quella repressa. Colgo d'improvviso la vacuità delle parole. Delle discussioni. Delle spiegazioni. Come se ripetere le solite parole le privasse in qualche modo di pertinenza, di efficacia, di verità. Di senso persino. Le parole non mi bastano più. Non mi recano più alcun sollievo. Mi stancano, mi confondono. Mi fanno perdere tempo. Ci fanno perdere tempo. Non è più il momento delle parole. Delle critiche. Delle interpretazioni. Servono idee, buona volontà e un progetto di futuro. Fattibile. Concreto. Equo. Servono uomini e donne che si rimbocchino le maniche. Non si può più aspettare.

martedì 29 giugno 2010

IL DOLORE

Da qualche giorno ho un dolore articolare che non mi dà respiro. Parte dal centro del collo e scende lungo il braccio sinistro. Si sofferma, con accanimento crudele, sul gomito, per poi arrivare, più benevolo, fino alla mano. Lo sento come una presenza viva. E' un divoratore che procede incessante. Un sinistro compagno.Un parassita che, beffardo, sembra aver trovato la sua vittima. Sono andata dal medico e mi ha superficialmente consegnato la diagnosi, senza neppure alzarsi dalla scrivania: è periartrite. In fase acuta. Ho letto che è una malattia tipica dei quarantenni, che è psicosomatica, che non passa tanto facilmente e che è refrattaria alla terapia farmacologica...Ho scoperto che è poco interessante per gli altri, mentre a me sta invadendo la vita. Mi sveglio presto e lei è già lì, impegnata a mordere fin dal mattino; prosegue tutta la giornata, con pause brevi e acuzie repentine per poi raggiungere il massimo della sua attività durante la notte. Come un fantasma malvagio e spietato. Nonostante questo malessere continuo, le mie giornate procedono secondo una quotidianità prestabilita, incline anche all'accoglienza di cambiamenti che irrompono gioiosi o odiosi; sono zeppe di impegni e di scadenze, di compleanni e qualche lacrima: lavoro, esco, faccio la spesa, sgrido e coccolo i miei figli, amo e mi arrabbio e rido. Come se lui non ci fosse. Ma mi capita di pensare a com'era prima, prima del dolore. Rifletto su come stavo bene quando potevo contare su un braccio che non faceva male. E sento con un pò di nostalgia che è sempre la stessa identica storia, che l'uomo non riesce a intendere, sebbene tanto semplice da apparire banale. E' come se, vittime di un sortilegio malvagio, ci fosse concesso di apprezzare a pieno il valore di ciò che abbiamo proprio nel momento in cui questo viene a mancare. Come se la scoperta dell'essenza fosse possibile solo nell'assenza, quindi irraggiungibile. Mi ripeto che, quando starò bene di nuovo, voglio svegliarmi al mattino e sorridere al mio corpo e gioire del mio star bene. Voglio sentire, nel mio braccio, il benessere dell'assenza di dolore, apprezzare il funzionamento delle mie gambe, dei miei occhi, delle orecchie e del cuore. Ma è solo negli intenti e già so, nel progettare, che non lo farò mai...

sabato 27 febbraio 2010

PAROLE

Commercio parole, di professione. Le regalo. Le vendo. Le semino. Le poto. Cerco di farle sbocciare. E le raccolgo. Come un contadino nei confronti della sua terra, nutro un profondo rispetto per questi meravigliosi suoni. E non trovo degno della mia stima chi le spreca. Le parole hanno un peso, un valore, un significato; raggiungono luoghi interni talmente profondi da apparire inaccessibili. Toccano corde dell'intimo, fanno vibrare. Sono capaci di guarire. E di fare ammalare. Paradossalmente dimentichiamo più facilmente ciò che dice colui che parla molto mentre ricordiamo, anche a distanza di anni, le frasi pronunciate da persone poco inclini alle chiacchiere. Come se il peso che portano con sè fosse maggiore quando la quantità è contenuta. Le parole, meno sono, più sono efficaci. Ne abbiamo a disposizione un universo infinito e le utilizziamo per mille scopi. Abbiamo parole per far ridere, parole per far piangere. Parole per convincere e parole per rinunciare. Possiamo usarle bene o sfruttarle per farci del male. Esistono parole che abbracciano, altre che schiaffeggiano. Può accadere che qualcuno si scusi dicendo:"Non volevo dirti ciò che ho detto..."; in realtà le parole che escono sono sempre dentro di noi e non sarebbe possibile il contrario. Talvolta non siamo completamente consapevoli del motivo per cui abbiamo utilizzato proprio quelle e non altre, che forse sarebbero state più opportune. Ma tutto ha un significato; a noi il compito di scoprirlo. In un mio personale archivio immaginario ci sono anche le parole non dette, insieme a quelle che non potrò più dire: sono le uniche che, al di là del contenuto, fanno solo del male.

lunedì 4 gennaio 2010

Miranda è... MIRANDA!!!

Sono iscritta ormai da diverso tempo a Facebook. Iscritta per curiosità, FB non mi è mai piaciuta. Anzi solitamente mi annoia a morte, quando addirittura non mi irrita con quelle applicazioni ridicole, le richieste assurde di amicizia da parte di persone sconosciute o quasi, le adesioni a gruppi incomprensibili dai nomi grotteschi, le ondate di banalità quotidiane.
La notte di Capodanno però, complice lo spumantino della mezzanotte, un po' per noia, un po' per gioco ho aperto la mia pagina di FB e ho trovato una sfilza di impensabili ed improponibili test per conoscere tutto su noi stessi e su chi o cosa ci circonda. Scopri quale tipo di virus letale più ti rappresenta o Trova il QI del tuo criceto domestico, o Sei pesce d'acqua dolce o di mare (pesce fuor d'acqua, no?). O ancora Sai a che tipo di parassita delle mele Golden Delicius assomigli?
Incredibile, lo so. Ma, in mezzo a questo spreco di fantasia, ho trovato... IL TEST!!! Il NOSTRO test: Scopri quale personaggio di Sex & the City sei.
Potevo non farlo? Sì, per la verità, potevo... se non fosse stato per quel mezzo bicchiere di spumantino...
Naturalmente, neanche a dirlo, Samantha l'aveva già fatto. E, neanche a dirlo, era risultata essere Samantha. Del resto, se fosse uscito un risultato diverso, il test non avrebbe avuto più alcuna credibilità. Sì, perchè nessuno può essere più Samantha della nostra Samantha. Così vitale, leggera, sensuale. Così piena di energia, calore e passione. Capace di vedere sempre il lato positivo delle cose; solo il buono nelle persone. Vorace e stronza (quando necessario) senza sensi di colpa ma anche generosa, affettuosa e sempre disponibile. Quando è nato, per scherzo e con poca convinzione, questo blog, nessuna di noi ha avuto dubbi sul nik di Samantha. Per quanto mi riguarda invece la scelta del mio è stata casuale, frettolosa, inadeguata forse. La Miranda del famoso telefilm infatti a me neanche piace. Non mi piace la sua aria severa, quelle ossa sporgenti sulle spalle, il cinismo con cui si relaziona agli altri. Da donna morbida fuori e dentro, trovo triste la sua magrezza ostentata e poco accogliente.
Non l'ho mai ammesso ma avrei voluto scegliere Carrie, la scrittrice perennemente indecisa, sempre scontenta e fatalmente sognatrice. Carrie che rincorre sempre ciò che non ha, per fuggirgli subito dopo che lo ha raggiunto. Lei che dice sì quando pensa no e dice no quando invece sa che è sì. Doveva essere Carrie, per i ricci biondi e per quella carica di salutare autoironia che le è propria. Ed invece fu Miranda. Insomma ieri sera, un po' perplessa un po' divertita (e un po' sbronzetta), con mio marito che metteva in discussione le mie risposte, disapprovando energicamente quasi tutte le mie scelte e con Wilma che scuoteva la testa e mi indicava con il cursore la risposta più giusta mi sono decisa a fare il test. Fiduciosa che mi avrebbe assolutamente incoronata come Carrie. Ed invece il risultato è stato tanto sorprendente quanto inappellabile: Miranda è... Miranda!!! Che la scelta del mio nik non sia stata così casuale come m'illudevo? Non sarà che proprio quelle caratteristiche che più mi urtano della vera Miranda sono quelle che più mi appartengono? Come la rigidità di certi comportamenti, l'intransigenza verso possibilità differenti di scelta, la paura di lasciarsi andare ed il bisogno di avere tutto costantemente sotto controllo? Mi guardo dentro e mi accorgo che la Carrie che era in me è cresciuta, trasformandosi sempre più in Miranda. Come se il tempo mi avesse reso meno sognatrice ma più pragmatica ed efficiente. Più stabile, concreta e con i piedi per terra. In una parola più matura. La verità è che sono cambiata e faccio fatica a riconoscermi. Perchè, ora lo so, non si smette mai di cambiare. Anche a quarant'anni è possibile ritrovarsi con un'identità diversa, insospettabile. Scoprirsi capacità, risorse, energie, che si credeva di non possedere. Riconoscersi altre esigenze, priorità, desideri. A quarant'anni ho smesso di essere Carrie e sono Miranda. E tra dieci anni chi sarò?

domenica 3 gennaio 2010

Amiche diventerete Zie!! Forse..

Si lo so..son stata un pò latitante..
Kyra mi ha sgridata e sono a rischio di sfratto dalla mansarda!
QUINDI RIASSUMO:
Le beghe al lavoro, l 'intervento del sindacato, le colleghe reticenti, le lotte!
Il corso di pc dopo cena, che se si fosse svolto a primavera sarebbe stato molto meglio..
Il dopo lavoro: baby-sitter un pò per passione un pò perchè in fondo fa comodo.. ; )
Il Signor B e il suo governo: incazzata a bestia,scandalizzata,amareggiata,delusa..non se ne può più!! Mentre la collega che non sento da una vita, non ha niente di meglio da fare che venire ad espormi il suo pensiero al riguardo sulla mia pagina di Facebook..ma chi cazzo gliel'ha chiesto?!
Mia cognata che prende al volo l'occasione per bacchettarmi:"non si dice non si fa, è un anziano!"
E io che le mando una mail dove le segnalo i suoi errori grammaticali, della serie: tesoro evita figure di merda, non scrivere che è meglio!! Che già quando parli, ne spari di cazzate!!
Gli alti e bassi con i miei genitori: ma si sa, io ormai son diventata grande e loro sono sempre più coppia!
L'episodio di fine anno: la tipa-amica che si mette con quel tizio che a me proprio non piace, aggressivo e di discutibile affidabilità (ma non la pensava così anche lei?!) Lui e le sue menzogne,Lei e i suoi sbalzi d'umore, Io e le mie lacrime, Io che non capisco (o forse si).
La notizia di fine anno: "Amiche forse la mansarda andrà allargata..ci sta che diventiate Zie..!"

In 3 giorni pianifico mentalmente la mia vita futura, e quello che il "Destino" mi ha riservato:
la cameretta da riorganizzare, ai ragazzi quando lo dico? E il nome? Si, è giusto lo scelgano loro, sarebbe bello un nome che racchiudesse entrambe le loro iniziali..si sembra facile!
A lavoro no, per ora non lo dico , altrimenti mi tocca andare subito in maternità, no,non posso lasciare sole le colleghe proprio ora e poi non ho mai avuto problemi in gravidanza io!
Meglio un maschio o una femmina?..Allora, visto la differenza di età con il Ragazzo forse meglio una femmina o forse proprio il contrario? mah..
Fortuna che non dovrò comprare niente, possiede più articoli per l'infanzia mia cognata che un centro commerciale dedicato ai baby. Alla faccia dello spreco!! Ma allora a qualcosa è servito mi domando..
Ai miei suoceri quando lo dico? E come..?!
Cazz..ma quando sarà un giovane ragazzo/a io sarò una sessantenne e alle riunioni della scuola mi ritroverò con delle mamme-ragazze!!
Si però pensa che bello..avrà due fratelli grandi, saranno i suoi idoli!
Ai consueti incontri che tengo all' Asl non avrò bisogno del bambolotto per mostrare alle future mamme la corretta posizione di un neonato al seno! ; )
Dovrò iscriverlo al Nido qui vicino casa, così mia mamma potrà andare a prenderlo senza usare la macchina..le colleghe le conosco, sono in gamba!
Che fatica però la gravidanza nei mesi estivi:le gambe gonfie, il caldo.. ma, pensandoci bene così farà un bel pieno di sole e di vitamine prima dell'inverno..tutto sommato..
E quanta differenza ci sarà con il bimbo di Carla che nasce ad aprile..e con quello di mia cugina che nasce a maggio..? Um..che bello!
E Zorro in tutto questo mio ragionare vi chiederete?..
Non riusciva nemmeno a respirare, solo a sospirare,a fare cenni di assenso e mezzi sorrisi..travolto dai miei propositi, dai miei programmi, rassegnato diciamo! ; )
Ha ripreso il suo naturale colorito qualche giorno dopo,quando l'ho chiamato al lavoro e gli ho comunicato che non occorreva più modificare la Camera dei Ragazzi! ..
Anche le Zie a dir la verità mi sa che un sospiro di sollievo l'abbian tirato.. e io?
Mi son fermata, ho fatto un respiro, ho riposto nella mia testa passeggini,culle,lacrime,gioia.. ho smesso di annusare ed immaginare l'odore del latte che sgorga di nuovo dal mio seno e mi sono riadattata mentalmente al "Vecchio Destino". Proseguirò con i propositi di cura del mio corpo:le vene da operare, la pelle del mio viso a cui dar luce un pò di sport.. e via...
Aspettando Aprile..e la festa dei miei 40 anni!!
Vostra sognatrice-Samantha

L'acqua della felicità

Ho letto mille e mille volte, ai miei figli, la storia di una comunità di piccoli gnomi che si avventuravano nel mondo alla ricerca dell'acqua della felicità". Arrivavano in Africa, toccavano l'India e persino il Polo Nord, poi, alla fine, dopo mille peripezie, trovavano uno zampillo poco affascinante, da cui sgorgava un liquido neanche troppo invitante, a cui si avvicinavano solo per la gran sete. E lì succedeva il miracolo: si sentivano, finalmente, felici, trovavano quello a che a lungo avevano cercato. La cosa più sorprendente è che, immersi in questo stato meraviglioso, non si erano accorti di essere tornati a casa. Perchè la terra, si sa, è tonda. E gira che ti rigira si torna all'inizio. Lo gnomo saggio allora, in questa storia colorata e avvincente, si rivolgeva ai suoi fratelli e li invitava a riflettere su quanto avevano trascurato quello zampillo, su come non avevano dato la giusta importanza a ciò che si trovava proprio lì, accanto a loro che, presi dalla frenesia, dall'ansia dell'ignoto, non erano stati in grado di cogliere la meraviglia del loro mondo...

domenica 13 dicembre 2009

...

Accadono eventi a volte, ti sfiorano disastri che ti lasciano lì, ammutolita con un misto di stupore, orgoglio e paura per quel fulmine che, sfiorandoti, è andato a schiantarsi poco più in là sulla casa del vicino.
E allora tu guardi, con sollievo, i tuoi ciclamini crescere prosperi nella tua bella aiuola, ti perdi a scegliere nuovi cuscini per il divano, ascolti tuo figlio ridere allegro per casa, mentre il tuo gatto tenta la scalata al lettone e tutto sembra senza senso.
E allora tu capisci che ogni giorno fai dieci, cento, mille vincite al superenalotto: ogni sera che tuo marito rientra a casa, ogni domanda di tuo figlio, ogni volta che apparecchi la tavola, ogni telefonata che ricevi dagli amici, ogni libro letto, ogni volta che sorridi ma anche ogni volta che ti rabbui o t'incazzi. Dieci, cento, mille schedine vincenti di cui neanche ti ricordi di dire grazie.
Di fronte alle macerie della casa del vicino, di fronte a tanto dolore, enorme mi appare oggi il mio debito con la vita.

martedì 6 ottobre 2009

LA VIOLENZA ALLE DONNE

Un gioco che ho fatto spesso in adolescenza consiste nel pensare a parole positive e nel soffermarsi a godere delle immagini rilassanti, benefiche, piacevoli che tali termini producono internamente. Così la parola "FAMIGLIA" evoca ancora, per esempio, il bagno settimanale del sabato sera, gli schiamazzi con mia sorella, il profumo della cena e lo sceneggiato televisivo a puntate che, tutti insieme, guardavamo in salotto. "PACE" è un arcobaleno colorato, abbracci fraterni, aiuti e sorrisi. "AMORE" l'immagine ingenua ma intatta di due innamorati destinati a stare insieme tutta la vita, felici e appagati. Allo stesso modo, parole negative rimandano sensazioni sinistre, di freddo e di sgomento. Termini da rifuggire. Come "MORTE", "MALATTIA", "VIOLENZA". L'associazione ad un'immagine precisa è immediata nella nostra coscienza. Come se accendessimo un' interruttore. Talvolta provocano dolore o, quantomeno, un senso di pesantezza allo stomaco, brividi, fastidio, desiderio di starne lontani. Ho ripensato a questo gioco a proposito del gran parlare, in questo periodo, di "VIOLENZA ALLE DONNE". Anche in questo caso l'immagine che affiora è precisa: c'è una poveretta, una vittima inerme, che è sottoposta alle angherie, alle percosse, ai soprusi psicologici di un maschio prepotente. Lo schieramento verso colei che subisce non è oggetto di ragionamento, viene automatico, è privo di riflessioni accurate. Un interruttore che si accende, appunto. La donna necessita di protezione. L'uomo di punizione esemplare. Ho pensato a questo meccanismo immediato ed ho sentito quanto piene di pregiudizi siano le nostre percezioni mentali degli eventi. Mi dissocio e condanno qualsiasi manifestazione violenta ma l'esperienza mi ha insegnato quanto sia complessa e meritevole di approfondimento ogni azione dell'essere umano. Quasi mai, nella "VIOLENZA ALLE DONNE", c'è una vittima e un carnefice e stop. Quasi mai, punendo l'uomo violento, si risolve il problema. Perchè queste donne ricercano, paradossalmente, la violenza che rifuggono. In un meccanismo perverso. Spesso il violento è un uomo fragile, insicuro, con scarsa stima di sè, ed è stato, quasi sempre, un bambino non amato, abbandonato e vissuto in un clima di aggressività e relazioni patologiche. La donna-vittima, spesso, ha vissuto un'infanzia analoga ed ha interiorizzato questo modello di amore "malato" che, quanto più è forte, più fa male. Tali situazioni si ritrovano più facilmente associate a perdita del lavoro, basso reddito, sfratto e mancanza di rete parentale o sociale. La normativa prevede di allontanare dal domicilio il marito, amante, partner violento ma, spesso, le compagne li riaccolgono loro stesse in casa, nel tentativo mai abbandonato di cambiarli. Sovente raccolgono le lacrime di pentimento, le suppliche di perdono, sentendosi amate alla follia, credendosi colpevoli di aver provocato la violenza, per il troppo amore che suscitano nel loro uomo. Spesso la relazione disfunzionale provoca morte. E i bambini? Qual'è il destino dei bambini che vivono tali relazioni familiari patologiche? Sono destinati a protrarre il modello di violenza interiorizzato. Inevitabilmente. Saranno loro stessi violenti o sceglieranno partner violenti. In alcune situazioni troveranno un tragico rifugio nella depressione o in altre patologie mentali. Sicuramente il clima violento lascia tracce indelebili. Di trascuratezza, mancata protezione, paura e dolore. Credo che l'immagine che ci evoca la "VIOLENZA ALLE DONNE", così semplice e netta, con un colpevole e una vittima e niente più, sia solo un meccanismo di difesa che attiviamo perchè l'altra lettura, quella che propongo, sia troppo impegnativa per tutti; obbliga ognuno di noi ad avvertire l'urgenza di pretendere una maggiore equità sociale, un'investimento massiccio sulla famiglia, sulla scuola, sui servizi sociali. L'antitesi, in una parola, del programma del nostro governo.

mercoledì 9 settembre 2009

Sul dissenso...

Ognuno di noi, nella propria esistenza, partecipa a più istituzioni sociali, fa parte di una o più organizzazioni. Da queste emerge, viene modificata, si struttura, la nostra identità. Per poter sopravvivere abbiamo bisogno di adattarci ad ognuna di queste realtà. Sia in ambito lavorativo che in famiglia, persino con gli amici. Weich sostiene che, in ogni situazione, il soggetto tende a riconoscersi in relazione a ciò che vive, ai processi di interazione che stabilisce. Una stessa persona assume caratteri diversi in circostanze differenti: l'identità assunta nel posto di lavoro, per esempio, può differire da quella assunta nelle relazioni familiari. Ma ciò che commuove e sconcerta e allarga il cuore e ci fa sentire parte dell'oceano è considerare che, in questo percorso di adattamento, l'uomo preserva un sè che, prepotente, tende ad emergere. E' chiaro che, senza qualcuno a cui appartenere, non esiste sicurezza per il sè e, tuttavia, un inglobamento totale, un coinvolgimento assoluto con un'altra "unità sociale", implica una riduzione del sè. E' quindi lottando, opponendosi, facendo resistenza contro qualcosa, evitando un adattamento totale, che il nostro sè può emergere. Una rivolta interna è a volte essenziale per la salute psicologica, e può creare una forma particolare di felicità. Le tecniche che l'uomo ha utilizzato per preservare le riserve del sè dalle morse delle istituzioni sono molteplici, variegate, strategiche e fantasiose. Pensate a Robert Stroud, condannato all'ergastolo e all'isolamento nella prigione di Alcatraz. Quest'uomo, un giorno, in una situazione di abbruttimento totale, comincia a prendersi cura, per caso, di un uccellino. La sua passione, la sua dedizione, sono tali da trasformarlo in un famoso ornitologo, in grado di scrivere testi autorevoli sul comportamento degli uccelli. Non è assolutamente commovente e coinvolgente? Non ci obbliga ad alzarci dalle nostre comode poltrone? La voce del dissenso è dentro di noi, aspetta solo di poter trovare il coraggio per esprimersi. Non parlo di gesti eroici od eclatanti, parlo di espressione del sè: di quello più interno, fantasioso, passionale e unico, in grado di espandersi illimitato nei nostri pensieri, il solo capace di farci esplodere di gioia, di farci riscoprire il significato del nostro essere qua. Parlo anche, più semplicemente, di gesti, momenti, pensieri, rubati ad una qualsiasi delle istituzioni di cui facciamo parte: la nostra dose di libertà personale. Assolutamente senza prezzo.

martedì 1 settembre 2009

Oggi un dio non ho...

Non sono credente. Sono nata in una famiglia cattolica praticante e cresciuta in un piccolo paese di campagna raccolto intorno alla chiesa e tenuto insieme da un prete di grande levatura e fascino. La mia infanzia è stata scandita dal ritmo delle festività e ritualità cattoliche, tutta organizzata attorno alle consuetudini ed agli impegni religiosi: il catechismo il sabato pomeriggio, la messa delle undici la domenica mattina, i rosari nel mese mariano, le riunioni del gruppo di ACR, la benedizione delle uova a Pasqua, l'esame di coscienza e la confessione settimanale, la pesca di beneficenza, la processione con i lumini del Corpus Domini e così via. Ricordo che mi stupiva enormemente, da piccola, che per la festa del 25 aprile non si dovesse andare a messa. Come se non fosse pensabile una festa laica, non legata alla ritualità cattolica, dispensata dai consueti obblighi religiosi. A sedici anni, quando ho maturato il coraggio di guardarmi onestamente dentro, oltre il muro della rassicurante consuetudine, oltre la paura di essere disapprovata, ho scoperto che un dio, per me, non c'è. Non ho smesso di credere per rabbia o delusione, perchè ho perso una sorella in fasce e mio padre troppo presto o perchè la malvagità presente nel mondo mal si concilia con l'idea di un dio buono e misericordioso. Nè, del resto, mi hanno fatto mutare opinione certe indebite ingerenze e i tanti atteggiamenti contraddittori e di convenienza da parte della Chiesa, nè taluni diffusi comportamenti vergognosi da parte di alcuni preti. Sarebbe stato come stabilire l'importanza dell'acqua per la vita umana calcolando i danni dell'acqua alta a Venezia. Niente di tutto questo. Semplicemente dentro di me non ho trovato alcuna fede, nè vi ho scorto alcun dio. Eppure non sarei quella che sono senza quei primi insegnamenti religiosi e quelle esperienze. Molte sono, infatti, le cose che debbo al Cristianesimo. Una forte urgenza di giustizia sociale e di rispetto verso la dignità umana. La convinzione che su questa Terra siamo tutti uguali e tutti fratelli e dunque la disponibilità ad accogliere ed aiutare l'altro, anche chi è diverso e lontano da me per cultura, provenienza, opinioni o altro. Un forte senso di responsabilità personale, rispetto alle proprie scelte ed al proprio agire personale e sociale. Il rifiuto della guerra e di ogni forma di violenza, di disprezzo e di intolleranza verso il prossimo; l'impegno individuale e collettivo nella costruzione della pace e di un mondo migliore per tutti. La condanna dell'arricchimento facile e dell'uso spregiudicato del denaro; il bisogno di trasparenza e di onestà nell'agire.
Non c'è bisogno di Dio per credere in tutto questo!

domenica 23 agosto 2009

CERTEZZE INCONTROVERTIBILI E VENDETTE PRIVATE

Wilma, Samanta, eravate splendide l'altra sera. Una meraviglia! Bisogna ammetterlo, anche a quarant'anni (quasi), le tette vere son sempre molto meglio di quelle finte!
Madre natura ha reso gli uomini più bravi di noi donne a fare le pulizie di casa, dotandoli di potenti bicipiti e di una forza maggiore che li rendono più adatti a raschiare pentoloni, lucidare pavimenti, strofinare superfici. Inoltre, sono in media più alti e quindi non necessitano della sedia per sgrassare i pensili della cucina. Visto che la guerra è finita da un pezzo sarebbe ora che lasciassero affari e politica a noi donne per dedicarsi a tempo pieno Alle pulizie di casa!
Il fresco promesso dai metereologi non è arrivato. Il caldo, hai ragione tu Wilma, rende faticoso anche scopare!
Lorenzo, in tutta onestà, te e i tuoi amici siete dei coglioni! Toglimi una curiosità: la scia che lasci è di profumo o di repellente per le zanzare?

giovedì 13 agosto 2009

IL GURU CI RIPENSA...

Qualche giorno fa a me e a Miranda, mentre stiamo facendo la classica passeggiata dal parcheggio alla spiaggia, ci cade l'occhio su un bel poster di Baglioni, incollato sui cartelloni pubblicitari. Si, proprio lui, Claudio. Quello che nei ricordi ha il capello nero corvino, sulle spalle, l'occhio misterioso e il sorriso accattivante. Annuncia un tour. Il viso stampato è quello di un signore brizzolato, vittima del tempo impetuoso. Ancora bello, ma datato, inesorabilmente. Cattura la nostra attenzione il titolo, la frase d'effetto, che accompagna l'annuncio dell'evento. Suona più o meno così: "LA STORIA DI UN GRANDE AMORE, CHE NON DURA TUTTA LA VITA MA TE LA CAMBIA PER SEMPRE". Dico io, o Claudio, nella nostra giovinezza, negli anni migliori della nostra vita ci hai confuso, imbambolato, condizionato, parlandoci di "piccoli grandi amori", che ti fanno perdere "dentro il rosso di un tramonto", ci hai descritto un "amore bello come il cielo, bello come giorno, bello come il mare"... Hai urlato "ti voglio, quanto ti voglio...e non posso fare a meno di te..."...e via di questo passo. Ho in mente mille frasi, decine di canzoni dove tiri avanti con il solito discorso sull'amore di tutta la vita, che doveva resistere alle intemperie del tempo, sempre con la stessa intensità, che ti faceva dire:"mi basta tenerti per mano e volevo portarti lontano lontano e non so fare a meno di te..." Non vorrei fare polemica ma, te lo ricordi Claudio?, dicevi:"mi sembra già che non potrò più farne a meno"... Ora ti rimangi tutto? Non potevi dirlo prima? Che bella fregatura eh?! E intanto la vita è cambiata, ha preso una svolta, determinata da quell'amore che, Mannaggia!, non dura per niente tutta la vita con la stessa intensità... Abbiamo deciso: al tuo concerto questa volta non verremo! Wilma e Miranda boicottano il tour! Deluse dal loro guru, enormemente...

martedì 28 luglio 2009

NON VEDO, NON PARLO, NON SENTO

Serata noiosissima, alla tv non c'è niente di interessante da vedere. Giriamo da un canale all'altro, annoiati, finchè non ci fermiamo su Italia Uno dove trasmettono una candid camera. Un signore con un furgone si ferma a mettere benzina. Dentro il furgone tiene, immobilizzata sul pavimento, legata e imbavagliata, una ragazza. Pur sapendo che è uno scherzo la scena è di una violenza enorme. Sembra una delle peggiori puntate di Criminal Mind; una delle pagine più brutali di un triller di D. Coontz. La candid camera vuole osservare il comportamento dei vari benzinai quando si accorgono della ragazza. Uno prova, evidentemente impaurito e in imbarazzo, a chiedere spiegazioni, due ragazzi ne ridono divertiti, un altro si scoccia dell'insistenza con cui la ragazza chiede aiuto e l'apostrofa "Che cazzo vuoi?", un signore anziano lo lascia andar via ma corre a chiamare la polizia ma il figlio gli consiglia di lasciar perdere. Pietà è morta. Di fronte a tutte queste persone indifferenti, senza pietà, senza compasione, che preferiscono non correre rischi, pensare ai fatti propri, preoccupate solo di difendere la propria quotidiana tranquillità io mi sento invadere dallo sgomento e dal terrore. Temiamo che qualche pazzo ci possa fare del male. Ma il vero pericolo non sono quei pochi che cercano di nuocere al prossimo ma quelle migliaia di persone perbene, gente onesta e buoni padri di famiglia, che, pur potendo impedirlo, si girerebbero dall'altra parte, fingendo di non vedere. Di fronte al mio muto sbigottimento le immagini continuano a scorrere, dure. Ecco l'ultimo benzinaio. Sente le grida disperate di aiuto della poveretta. Si affaccia al finestrino, la vede e... corre a liberarla. Senza pensare un attimo, senza chiedere, senza paura di intrromettersi in faccende che non lo riguardano. C'è una sola cosa giusta da fare e lui la fa senza tentennamenti. Semplicemente. Umanamente. La normalità sembra ripristinata. Il mondo torna a girare nel verso giusto. Il Principe ha sconfitto il drago e liberato la Principessa. Ma ci voleva così tanto?

venerdì 24 luglio 2009

Vita di mare...

Vivo giornate leggere, semplici e genuine. Penso poco, passeggio molto, parlo di nulla. Faccio vita di mare. Sto con i miei figli. Tra splendide nuotate e interminabili partite a carte, raccogliamo sassi e vetrini, lasciamo asciugare al sole la pelle salina, commentiamo i colori del mare senza parole. Godiamo della semplicità coinvolgente di giornate tutte uguali. Al riparo dal mondo. Immersi in un ritmo dall'odore salmastro che ricorda la salsedine e le alghe marine. Al termine della giornata ci attende una stanchezza buona, che concilia il sonno.
Ricordo le giornate della mia infanzia, al mare con mia nonna. Arrivavamo in spiaggia con il pullman; era sempre stracarico, di gente, di odori, di palette, secchielli e bambini eccitati. La nonna, energica e senza età, piantava l'ombrellone nel tratto di spiaggia che a lei sembrava più bello: vicino a un'amica, lontano dall'acqua, un pò appartato.
Appena arrivati, noi bambini cominciavamo a chiedere "l'ora del bagno": la risposta era sempre la stessa, "non prima delle quattro!". Non ricordo tentennamenti nè scenate da parte degli adulti. E noi aspettavamo le quattro, chiedevamo di continuo ma non c'erano sconti. Alle quattro in punto "il gruppo" si fiondava in mare ed era felicità allo stato puro. Gli adulti, in genere mamme e nonne, si mettevano di vedetta, non ci perdevano mai di vista nè si tuffavano mai a giocare con noi. Trascorsa mezz'ora ci mostravano gli asciugamani aperti e noi uscivamo schiamazzando allegramente, pronti per la merenda, già fantasticando sui giochi con la sabbia che sarebbero seguiti, mentre gli adulti giocavano a tombole improvvisate, accostando i teli da mare e gli ombrelloni, con l'occhio vigile su di noi e sull'orario, attenti a non perdere l'unico pullman del ritorno.
Sembra un secolo fa. Un'altra Italia. Eppure non è passato molto. Mi chiedo cosa ci sia successo così in fretta. Mi chiedo se è davvero progresso questa assenza di gruppo che avverto, questa chiusura nella propria individualità familiare, questa eccessiva cortesia che ci contraddistingue, questo rispetto per la privacy e l'ossessione di non disturbare. Mia nonna si prendeva cura di tutti i bambini che cadevano sotto il suo spazio visivo: una parola per tutti, un commento, una sgridata e una raccomandazione a ognuno, senza incertezze. Ricordo che un giorno, di fronte a un bambino tedesco che secondo lei si stava avventurando troppo tra le acque, sfoderò una serie di frasi incomprensibili. Più tardi, fiera di sè, mi spiegò che le aveva sentite dire dai soldati, in tempo di guerra. Al bambino, per lo più aveva gridato:"Caput!", "Rauss!" e altri suoni, così come li aveva registrati nella memoria, sicura di trasmettergli un messaggio che doveva suonare così:"Torna indietro immediatamente, l'acqua è alta ed è pericoloso!...". Quel bambino la riguardava. Anche se era un'estraneo. Anche se non l'aveva per niente compresa e che, forse, l'aveva scambiata per pazza. Niente e nessuno l'avrebbe convinta che non era affar suo. Non la sfiorava neppure il pensiero di essere invadente o di ledere la privacy di quella famiglia. Per lei era naturale così. Non si perdeva in riflessioni filosofiche e sociologiche con le amiche. Agiva secondo un codice non scritto, insindacabile, forse ancestrale. Di cui ho un pò nostalgia. Di cui non posso non sentirne l'assenza nella mia generazione di genitori distratti, educati, stanchi... Nella mia generazione di crisi educativa.

sabato 18 luglio 2009

Faccio outing!

Ieri sera ho partecipato ad una cena organizzata per festeggiare la conclusione degli allenamenti e dei tornei della squadra di calcio del Piccolo. Non avevo alcuna voglia di andare, lo ammetto! Conosco i genitori solo di vista, con qualcuno ho scambiato qualche parola ma niente più. Ovviamente Fred era al lavoro. Arriviamo puntuali, io recalcitrante, il Piccolo saltellando felice. Mi accorgo subito che ho sbagliato look: le mamme son tutte vestite da discoteca e sono appena uscite dal parrucchiere. Ho un attimo d'imbarazzo, mi sento diversa, fuori posto. Il tempo di formulare quel pensiero insidioso e son conquistata dal locale. Hanno apparecchiato in giardino: le tovaglie son a quadretti rossi, sopra tavoli in legno; ci sono fiori e piante aromatiche dappertutto. Il clima è gioviale, genuino, da vino rosso, focaccia al rosmarino e mortadella profumata. Comincio a rilassarmi. Decido di non farmi turbare dalla consueta e banale divisione tra maschi da una parte e femmine dall'altra; solo all'allenatore è tacitamente consentito di sedere vicino alla sua ragazza, come se fosse socialmente condiviso che solo quando la coppia si è formata da poco deve stare vicina (caso mai avvertisse l'urgenza improvvisa di procedere ad un'accoppiamento?).
Cominciano le "chiacchiere" delle femmine: parlano di unghie! Smaltate, con il french, con i disegnini applicati, curate, lunghe. Una mamma sfoggia le sue, fresche di manicure. Si leva un coro di apprezzamenti. Nascondo le mie mani, con le unghie corte e le pellicine mangiucchiate sotto il tavolo. Vabbè, mi inserirò al prossimo argomento. In sottofondo una piacevole musica diffonde note leggiadre, accompagna il suono dei grilli. All'improvviso un uomo anziano si avvicina al musicista, chiede di cantare, gli viene offerto il microfono: intona una canzone napoletana struggente, con una voce intonata, roca, vissuta. Sono estremamente coinvolta. Non mi accorgo che il "mio gruppo" disapprova: ridono forte sul testo obsoleto e sorpassato, sull'impegno del "vecchio", consigliano, in coro, altre canzoni più moderne, più sprint, meno sonnolente... Comincio a dubitare sulla possibilità di trovare un argomento che ci accomuni. Parlano di viaggi. Finalmente! Potrò partecipare alla conversazione e strapparmi di dosso quest'immagine da eremita-fuori dai tempi e antipatica che vedo riflessa nei loro sguardi. Ma cosa stanno dicendo? Ah, si, "una" è appena tornata dalla crociera in Grecia e in Turchia. Stanno condividendo il fatto che la cosa più bella delle crociere è il "clima lussuoso" che si respira all'interno: accappatoi e asciugamani preparati a forma di conchiglia, fiori di benvenuto, cocktail e spuntini in banchetti sontuosi... Sono disgustata: IO non parlerò con loro. Mi sposto nel gruppo dei Piccoli: sono allegri, festosi, giocano senza sosta. Meravigliosi. Ancora intatti. Sono fuori posto anche lì ma sto decisamente meglio. Finisco così la serata, torno a casa furiosa, comprendendo ancora meglio PERCHE' BERLUSCONI VINCE SEMPRE, e incazzata con il mio snobbismo di sinistra che pur tra mille pensieri, riflessioni e polemiche varie, non mi ha consentito di dire la mia!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!
L'Italia è sull'orlo del precipizio, ci aspettano mesi di tagli e manovre "lacrime e sangue", l'opposizione è inesistente e Mario Monti non è il nostro eroe ma almeno...BERLUSCONI SI E' DIMESSO!!!

SE NON ORA QUANDO?

SE NON ORA QUANDO?
FIRENZE, 13 FEBBRAIO 2011.