FRANCESCO MUSANTE

FRANCESCO MUSANTE
UNA ROSA LA LUNA E LA NOTTE INTERA PER PENSARE A TE

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.
I bambini non ricorderanno se la casa era lustra e pulita ma se leggevi loro le favole. Betty Hinman

mercoledì 8 settembre 2010

IL PAESE NEL PAESE

Ogni estate, da dieci anni oramai, trascorro il Ferragosto ed i giorni precedenti a condire tordelli, tagliare rosbeef, friggere patate, sfregare pentoloni e teglie incrostate di sugo alla Festa di Liberazione. Spesso finisco alle due di notte, stanca morta, le unghie spezzate, la schiena a pezzi e un intenso odore di fritto tra i capelli. Torno a casa e crollo a letto. Sfinita, certo, ma felice e soddisfatta. E' difficile da spiegare. Lavorare alla Festa per me non significa solo fatica, rinuncia alle ultime giornate di mare, ore di sonno perdute, ma impegno, condivisione, speranza di riscatto. La Festa è il luogo dove trovo chi parla la mia stessa lingua, comprendo chi mi sta intorno e mi sento compresa. E' il posto dove non si hanno per forza le stesse idee ma si parte dagli stessi presupposti, si abbracciano gli stessi valori; dove si discute, certo, ma si lavora insieme per difendere gli stessi principi, orientati dai medesimi valori. La Festa è il luogo dove mi sento finalmente a casa, non più estranea, ma tra persone che magari non conosco ma che ri-conosco come simili, compagni che vanno nella mia stessa direzione, partecipano delle mie preoccupazioni, condividono le mie speranze, il mio progetto di futuro, di bene comune, di società. Lavorare alla Festa è il mio modo per resistere, per continuare a sperare, per non smettere di credere. E' il mio modo per contribuire a costruire un mondo migliore, che, intanto, rende me migliore. Molti vengono qui ogni anno a lavorare alla Festa con questi stessi desideri. C'è la prof di matematica con alcuni dei suoi alunni, c'è l'operaio che passa qui le ferie a smontare e rimontare i gazebo, c'è la caposala di poche parole, l'impiegata amministrativa con tutta la famiglia, lo studente universitario con la fidanzata, l'avvocato in pensione. Ci sono poi tanti giovani. Allegri, affamati, impegnati e superficiali. Crescono e poi spariscono, risucchiati dalla movida estiva delle feste in spiaggia. A volte tornano, più consapevoli e pronti, pieni di progetti e speranze. Ci sono i giovani dell'associazionismo coi loro volantini e i tavoli, c'è la compagna passata a SeL che soffre di nostalgia e non manca comunque di dare una mano; mentre mescola il sugo ci racconta aneddoti di feste passate. Infine c'è Gusmano, quasi novantenne, gli occhi scoloriti dal tempo, il sorriso lieve, confortante, sempre aperto. E' il più anziano, la memoria storica del partito, ricorda tutto e conosce tutti. Impossibile non volergli bene. Quest'anno eravamo davvero tanti. C'era anche Samantha, per la gioia di molti compagni che hanno apprezzato la sua solare cordialità. Una sera o due, aveva detto. Poi si è innamorata dell'atmosfera, si è sentita, credo, anche lei a casa. E così è tornata quasi ogni sera. Siamo un quartiere straniero nel Paese. Non siamo alla moda nè al passo coi tempi, siamo ancorati al passato, dicono. Siamo di parte, ed è sempre la parte sbagliata. Ma non rinunciamo ai nostri sogni nè all'impegno per realizzarli. Ed iniziamo da qui. Dalle patate da friggere, dai tortelli da scolare, dai tendoni da rimontare. Al lavoro!

sabato 4 settembre 2010

PENSIERI SPARSI...

Oggi è il compleanno dell'Adolescente. Si è svegliato nervoso. Ha accennato un sorriso solo quando gli ho preparato la colazione ed ha sentito il profumo di bignè che stavo infornando per i suoi amici. Ma è stato un'attimo, ha rimesso subito il grugno. A suo padre, che l'ha chiamato per fargli gli auguri, gli ha risposto cafone. E intrattabile. Tanto da provocare la consueta lite senza senso e improduttiva. Che è terminata con le sue scuse e una frase più tagliente di un coltello affilato:"...non credo di dovermi festeggiare...".
Pochi giorni fa è nata Piccola Mela. Incantevole e paffuta. Smaniosa e piena di vita. Dolcissima e tenace. Una miniatura perfetta. Guarda la sua mamma, la tocca inesperta e fiduciosa. Il padre è follemente innamorato di lei e lei sembra averlo già capito. E' un rapporto pieno di promesse. Che in parte saranno deluse.

giovedì 2 settembre 2010

Mio figlio ha perso una scarpa...

Il Piccolo-che-sta-crescendo quest'anno ha finito la quinta elementare. Del suo disagio scolastico ho già parlato in passato. Sempre con fatica, senza nascondere il dolore e il senso di colpa di fronte alla mia incapacità, nonostante gli sforzi quotidiani, di aiutarlo a superare le sue difficoltà. Sì perchè il mio bambino è un bambino con DSA. Ha, cioè, un Disturbo Specifico di Apprendimento. I bambini DSA, come lui, sono bambini come tutti gli altri: svegli, capaci, competenti, curiosi, finchè non arrivano a scuola e, d'un tratto, si scoprono completamente inadeguati e disarmati di fronte a compiti e richieste quotidiane per loro insormontabili, che gli altri, invece, eseguono con facilità. Attività come leggere, scrivere, calcolare, che la maggior parte dei loro compagni apprende in modo spontaneo e naturale risultano loro estremamente difficoltose. Il fallimento che ne segue e la frustrazione dovuta ai molteplici e infruttuosi tentativi incidono negativamente sulla fiducia in se stessi e sulla motivazione ad apprendere. Spesso poi chi sta loro intorno, educatori, insegnanti, genitori, compagni, poichè non possono negare le loro evidenti capacità intellettive e le potenzialità che emergono nonostante tutto, finiscono, frettolosamente, per spiegare il ritardo scolastico con la mancanza d'impegno. Solitamente di un bambino così si dice che è intelligente ma non studia. Colpevole dunque! Svogliato! E pigro! Questi cinque anni sono stati per mio figlio un inferno; tra pianti e rimproveri, insuccessi ed emarginazione, frustrazioni ed incomprensioni, tra senso d'impotenza e voglia di mollare, stanchezza e senso di colpa per le aspettative deluse. Mai un successo, mai una gratificazione e neppure un riconoscimento per lo sforzo e l'impegno messi. Quest'anno però pareva proprio fosse arrivato il momento per il mio Piccolo-che-sta-crescendo di ottenere, finalmente, una piccola rivincita. Iscritto al corso di atletica, per tutto l'inverno, infatti, si era allenato nella corsa, anche con il freddo e sotto la pioggia. Grazie al suo fisico minuto ma scattante e all'allenamento, durante le prove per le Piccole Olimpiadi della scuola era risultato tra i più veloci della sua età, per cui tutto faceva presagire che finalmente sarebbe riuscito ad esser BRAVO in qualcosa, per la prima volta... E magari il più bravo! E' la mattina della gara, nonostante minacci pioggia e soffi imperterrito un vento freddo, gli spalti attorno al campo di atletica sono pieni di genitori-tifosi, armati di macchine fotografiche. I bambini vengono allineati sulla linea di partenza, ciascuno nella propria corsia, pronti per il segnale di partenza. Il Piccolo-che-sta-crescendo è particolarmente in ansia, aspetta questo momento da così tanto tempo... Un signore attempato e panciuto dà il via facendo esplodere un colpo. Il Piccolo-che-sta-crescendo scatta via velocissimo, davanti a tutti. E' il più piccolo, una pulce in mezzo ai suoi compagni, ma anche il più veloce. Fa qualche metro, davanti a tutti gli altri. Poi, d'improvviso, si blocca: la sua scarpa destra è uscita dal piede. Prova a continuare la corsa con la scarpa mezza tolta ma è inutile; arriva ultimo, zoppicante, avvilito e pieno di imbarazzo. L'umiliazione e la delusione stampate in faccia. Cos'è accaduto? Come si spiega che il Piccolo-che-sta-crescendo è riuscito a fallire anche in ciò in cui era bravo e per cui si era allenato a lungo? E' stata solo colpa di un laccio male annodato? Io non credo. Io credo invece che per bambini così, che non hanno alcuna fiducia o stima in se stessi, che sono abituati ad ottenere solo frustrazioni e sconfitte, che hanno di sè un'mmagine negativa e fallimentare sia più difficile affrontare un successo che subire il solito, inevitabile insuccesso (in quello oramai sono esperti). Per mio figlio, vincere non voleva dire semplicemente tagliare il traguardo per primo. Vincere significava interrompere un'infinita ed ineluttabile catena di delusioni e fallimenti, significava riaprire la porta alle speranze di affermazione di sè, alle aspettative di succeso. Vincere avrebbe provocato una temibile onda sismica che avrebbe travolto le consolidate certezze della propria inadeguatezza ed incompetenza, vincere avrebbe causato un terremoto emotivo che avrebbe ribaltato l'immagine di sè e delle proprie capacità. In questi casi, in difesa dello status quo, per mantenere un equilibrio basato su ciò che, anche se non gratificante, ci è oramai abituale, entrano in gioco i sabotatori interni, cioè le aspettative negative, le paure recondite, l'ansia di prestazione, la disistima, il bisogno di ciò che ci è noto e abituale, che ci impediscono di rompere il cerchio, di essere diversi, migliori, da ciò che si crede. Inconsapevolmente, ci impediscono di esplicare al meglio le nostre qualità, di credere nelle nostre risorse facendoci perdere una scarpa durante la corsa della nostra vita. Sabotatori così li abbiamo tutti. Sono i limiti che ci autoimponiamo, le barriere che innalziamo a nostra difesa, i legacci che ci impediscono di spiccare il volo. Li abbiamo generati noi, in nome della nostra stabilità emotiva, della nostra tranquillità. Solo noi possiamo smascherarli e disarmarli. Oppure inciamperemo sempre a un passo dal traguardo.

martedì 31 agosto 2010

SUL CASENTINO ED ALTRO...

Sono stata qualche giorno nel Casentino. Una valle ricca di castelli, pievi romaniche, terracotte robbiane, territori danteschi e meditazione. Un luogo dove la pace e il silenzio delle foreste ti allontana dai pensieri molesti e ti ricorda l'appartenenza alla terra.
Abbiamo alloggiato a Poppi, di fronte al Castello dei Conti Guidi, in un albergo ricavato in una delle più antiche costruzioni del paese; lì, ogni mattina, ci coccolavano vistosamente servendoci un'abbondante colazione in giardino, sotto un pergolato di glicine. Con i "miei compagni di viaggio" formavamo una compagnia alquanto eterogenea: c'era il mio amico Francesco, il miglior organizzatore di viaggi che io abbia mai conosciuto, con i suoi due bambini e la zia settantenne, insegnante in pensione; c'era il mio Piccolino, ancora fedele cangurino e mia madre, tenace ed entusiasta turista. Abbiamo visitato i vari paesi della vallata spostandoci senza fretta, soffermandoci alla vista di un pascolo, di bianche mucche, di farfalle , faggeti e abbazie. Abbiamo apprezzato, con gusto, i piatti tipici della cucina Casentinese: paste fatte in casa, polenta con funghi, ravioli di patate e grigliate di carne. Siamo stati bene tra noi. E la sera, quando la piazza che dominava la vallata ci accoglieva con il suo caffè al ginseng e i bambini giocavano sereni, arrivava il momento delle confidenze, delle condivisioni, delle riflessioni empatiche. Era l'occasione in cui, programmando il giorno successivo e facendo un resoconto della giornata passata, ridevamo anche del numero delle volte in cui io e Francesco eravamo stati scambiati per marito e moglie. Mi appariva, così, banale ma profonda, la considerazione dell'innegabile bisogno umano di mettere ordine nel caos, o in ciò che consideriamo tale. L'amara conclusione che, per organizzare la realtà ricorriamo a superficiali pregiudizi che ci offrono tranquillità e sicurezza: un uomo e una donna, che viaggiano insieme con tre bambini e due "probabili" nonne, sono senz'altro una coppia. Ah! dimenticavo: credo di aver incrociato anche NEGROBLANCO, in sella alla sua bici, nei pressi di Camaldoli. Non l'ho salutato, inanzitutto perchè non c'era Miranda e, per quel sacro codice sancito in adolescenza, non avrei mai fatto questo ad un'amica, secondo perchè non mi sembra troppo incline alla socializzazione, terzo perchè sfrecciava come Bartali e non lo volevo fermare.

domenica 15 agosto 2010

L'ORRIDO DI BOTRI

Erano anni che volevamo andare e cercavamo solo l'occasione giusta. Finalmente è arrivata: Miranda mi annuncia che hanno organizzato una gita in pulmann all'Orrido di Botri e noi non possiamo proprio mancare! Zaino in spalla, zeppo come di consueto con metà casa più Iva e scarponi ai piedi, partiamo all'alba! Ma dove son finiti i calzini da trekking, pagati quanto tre ingressi in piscina? Scappati con il 740 dell'anno scorso! vabbè opto per i "fantasmini", son più trendy! Nei giorni precedenti ho chiesto a Google qualche notizia sul percorso (ormai mi rivolgo a lui per qualsiasi questione, dall'ovulazione al programma di studi, tremo pensando al momento in cui mi risponderà con un meritato:"Vaff.!") e lui mi ha risposto vago, distraendomi con immagini mozzafiato e scenari fiabeschi che hanno preso il sopravvento! (...Son giovane...Son spensierata...Son sognatrice...E che ci volete fare?). In pulmann, quando mi accorgo che è già passata un'era geologica da quando siamo partiti, mi rendo conto che non mi ero informata neppure sulla distanza. A dire il vero mi ero accontentata della risposta di una razionale Miranda che mi aveva assicurato: "...una mezz'oretta, quaranta minuti, siamo là...". A un certo punto del tragitto, come una milanese snob che vive in centro città, costringo l'autista a fermarsi perchè ho la nausea e stò da cani, come dopo una bella sbornia di gioventù! Per fortuna riesco a scendere prima di fare vittime in pulmann e , fuori, appoggiata al guard rail in posizione tipica, mi chiedo, sopraffatta:"...ma cosa mi riserverà la vecchiaia??". Dopo mille curve o poco più, arriviamo. Ci forniscono i caschi e si comincia la marcia. Tutti corrono, sicuri e impavidi come se fossero sempre vissuti lì. Noi arranchiamo per non perderli. Ma perchè sono così veloci, leggiadri? O cazz! Non hanno gli zaini. Perchè?? Come faranno quando arriveranno alla meta agognata, bagnati e affamati? Si mangeranno le nostre focacce farcite? Mi ruberanno gli slip? Miranda chiede spiegazioni, preoccupata più per la mortadella che per gli indumenti intimi...La risposta è fornita in un misto di compatimento e compassione: "Gli zaini dovevano essere lasciati dove siamo partiti perchè è lì che torneremo per il cambio e il pranzo!". NO! No! nnnooo!!! e noi faremo 3Km all'andata e altrettanti al ritorno, saltando come circensi su massi scivolosi, appena sopra il pelo dell'acqua, con questi macigni sulle spalle? Quattro ore di cammino rischiando di cadere e di ammollare tutto il contenuto degli zaini in acqua gelata? Ma che abbiamo studiato a fare? Appena arrivo a casa strappo il libretto universitario, altro che specialistica! Vabbè, ormai ci siamo, su, coraggio...Bello è bello, anzi, bellissimo...Ecco, da lontano si intravede il punto in cui guaderemo il fiume. Nelle foto di google si notava che gli escursionisti in quel punto avevano l'acqua che gli arrivava ai polpacci; sarà fredda ma sopporteremo. Avverto il Piccolino, che, come un piccolo canguro, segue sempre la sua mamma in ogni avventura (ancora per quanto??), lo rassicuro e gli fornisco le informazioni che ho. Non penso, testa vuota, che nelle ultime due settimane ha piovuto per diversi giorni e che ci sono stati pure degli alluvioni, quindi l'acqua del fiume potrebbe essere salita. Non lo penso finchè non ci sbatto di naso: dobbiamo fare un bel tratto di percorso con l'acqua che, a me, arriva ai fianchi! Il Piccolo piange per quanto è gelata! Siamo immersi, con pantaloni, scarponi, zaino! Ditemi che è un'incubo, ditemi che ora mi sveglio. Il Piccolo inizia a piangere e dice che le gambe gli si stanno paralizzando. Cerco di parlare ma la voce non esce, mi manca il respiro per quanto è freddo il fiume. Intanto il gruppo si è volatilizzato. C'era la guida? Non l'ho vista...Immagini di spiagge rilassanti, piscine beate, divani comodi e giardini allettanti si sovrappongono una sull'altra. Ma chi ce l'ha fatto fare?? Chi? Chi? Alla fine, dopo circa due ore di cammino, scopro un'angolo dove si è posato un bel raggio di sole; ci sono anche delle farfalle variopinte e un bel masso piano, pronto a ricevere la mia stanchezza. La decisone è immediata: non farò un passo in più, mi fermo qui e aspetto il gruppo. Dagli scarponi l'acqua esce come da una caraffa e i fantasmini, quelli trendy, non hanno protetto le mie caviglie che, ora, mostrano un bel taglio rosso ciascuna!
Comunque, tutto è bene ciò che finisce bene,come si suol dire; alla fine ci attendeva uno spazio attrezzato con bei tavoli di legno e tanto verde. Ci siamo liberati degli abiti zuppi e abbiamo pranzato allegramente, in una bella frescura, con una simpatica e rilassante compagnia che ci ha offerto salsicce grigliate, patatine, dolcetti al cioccolato e noccioline.
Dico solo una cosa ancora: se qualcuno organizza una gita là, sappia che io ci son già stata e cedo il posto...

venerdì 13 agosto 2010

LA VOCE E L'USCITA

Hirschman scrive che coloro che vivono un disordine crescente hanno a disposizione due reazioni attive, che sono forse anche due rimedi: l'uscita, cioè la fuga, o la voce, cioè il tentativo di rimediare e magari migliorare la relazione sforzandosi di comunicare le proprie rimostranze, la propria disapprovazione e le proposte di miglioramento. Credo di aver sempre prediletto la voce, per temperamento, educazione, senso di responsabilità e una buona dose di super-io, alimentato da una madre che, avendo mille qualità, ha la pesante scomodità di non meritare delusioni. Disapprovo l'uscita, perchè scappare da una situazione faticosa è da vili. Esce chi non è in grado di prendersi delle responsabilità, chi è egoista e non si cura di coloro che non hanno il privilegio di scegliere e devono, nonostante tutto, restare. Esce chi è debole e incapace di lottare. Esce l'individualista. L'altruista usa la voce. Fino a perderla. Ma ci sono situazioni in cui usare la voce e continuare ad usarla non porta ad alcun risultato, nonostante le buone intenzioni. Sono circostanze in cui si assiste al fraintendimento di essere considerati saccenti o giudicanti, maestrine, perfettine o arroganti. Di avere la verità in tasca. Di essere tanto forti da apparire insensibili. Ci sono circostanze in cui il dolore e altri sentimenti che guidano la voce non vengono presi in nessuna considerazione dalle persone verso cui è diretta; anzi, vengono interpretati in maniera scorretta o, per lo più, sminuiti. In questi momenti si deve prendere atto del fallimento della voce e ricorrere all'uscita. Improrogabile. Senza ritorno. Come soluzione alla propria sopravvivenza. Correndo il rischio di essere considerati menefreghisti e intransigenti, oltre che inefficaci e buoni a nulla. Ricevendo l'amara conferma che le trame degli affetti sono tenute insieme da fili di cui non abbiamo conoscenza e che quanto più il disegno che mostra lacera il cuore per la sua bellezza, tanto più nasconde milioni di intrecci.

venerdì 6 agosto 2010

NEBBIA NELL'ANIMA

Sono triste.
Di una tristezza ombrosa,
sottile,
strisciante.
Di un'infelicità sommessa,
senza ragione d'essere,
senza motivo.
Senza cause apparenti.
Coinvive con me.
Da sempre, credo.
La ritrovo, immutata,
nei ricordi d'infanzia,
nei malumori da adolescente.
Mi accompagna da sempre.
Silenziosa,
con passo felpato.
Invisibile quasi.
Ma sempre presente.
La scopro al risveglio
come se avesse trascorso tutta la notte con me,
approfittando della notte quando la ragione,
sprofondata nel sonno,
mi lascia indifesa.
Ogni mattina,
la coscienza,
che lentamente riaffiora dai sogni,
la ritrova lì,
tenace, ostinata.
A rendere tutto più difficile,
più faticoso,
ad appesantire ogni gesto,
ogni movimento, ogni pensiero.
Come una morsa sull'anima,
una nebbia sottile oscura che l'avvolge e l'ammorba.
Poi la ragione si fa strada.
Le pone domande,
le richiede spiegazioni che non ha.
La smaschera, la ridimensiona, la smentisce.
Mi ricorda puntualmente i mille motivi che ho per esser felice.
La luce torna pian piano a farsi strada.
Riaffiorano, lentamente, i contorni di una vita serena.
La riconosco: è la mia!
Eppure so che domattina sarà ancora là,
in agguato.

lunedì 19 luglio 2010

STOP!

Vorrei scrivere un post. Eppure fatico a trovare qualche idea su cui scrivere. Guardo indietro, ai post della scorsa estate, e scopro che quello che avrei da dire l'ho già scritto. Userei le stesse parole, le stesse frasi, gli stessi argomenti per gli stessi soggetti. La rabbia è ancora lì, immutata. Forse un po' indurita, scolorita, incattivita. Stesso lo sdegno, il senso d'impotenza, la repulsione. Identica la frustrazione. Magari un po' accresciuta. Finirei per ripetere le stesse argomentazioni, riproponendo le solite critiche, insistendo sugli stessi giudizi. Impiegherei persino le stesse parole. Mi cala allora addosso una indicibile stanchezza. Per tutte le parole spese, per i discorsi fatti, per le aspettative deluse. Per la rabbia espressa e per quella repressa. Colgo d'improvviso la vacuità delle parole. Delle discussioni. Delle spiegazioni. Come se ripetere le solite parole le privasse in qualche modo di pertinenza, di efficacia, di verità. Di senso persino. Le parole non mi bastano più. Non mi recano più alcun sollievo. Mi stancano, mi confondono. Mi fanno perdere tempo. Ci fanno perdere tempo. Non è più il momento delle parole. Delle critiche. Delle interpretazioni. Servono idee, buona volontà e un progetto di futuro. Fattibile. Concreto. Equo. Servono uomini e donne che si rimbocchino le maniche. Non si può più aspettare.

giovedì 8 luglio 2010

CERCASI MINISTERO PER HAMED

Hamed è in Italia da un mucchio di anni; ha vissuto più qui che nel suo paese. Ha due mogli e qualche figlio; credo quattro. D'estate vende in spiaggia. D'inverno si sposta in città, sempre con la solita merce , dentro borsoni pesantissimi. E' un "vu-cumprà". Qualche anno fa ha comprato un contratto di lavoro da un'italiano che ha finto di assumerlo come domestico, così da allora ha un regolare permesso di soggiorno e si paga i contributi per una pensione che non avrà mai. Porge teli da mare, brutti vestiti, calzini e lenzuola con gli animali stampati. E' timido, non insiste; se rifiuti ti saluta discreto e un pò imbarazzato. Parla male l'italiano, ma ha capito perfettamente le richieste insistenti: "Hamed, non hai i giubbetti Moncler? Lo vorrei rosso brillante, taglia 40!", "me le trovi un paio di Nike Air per mio figlio?", "hai le felpe Napapijri?". E lui a tali sollecitazioni ha risposto, rischiando ogni giorno di più. Alla fine, come in un film di Ken Loach, sul più bello ("sono in pari con i debiti, mando i soldi anche alla famiglia di mio fratello che è morto, forse tra qualche anno torno al mio paese...") è stato arrestato. Racconta di due mesi infernali, devastanti sul piano psicologico, fatti di notti insonni e di lacrime, di pensieri angoscianti e preoccupazioni per il futuro dei suoi figli. Ora è fuori Hamed, in attesa di processo. Rischia due anni. Non ha soldi per pagare l'avvocato: gli ha già dato mille euro. Non si fida del gratuito patrocinio, i suoi compaesani gli han detto che non ci si può contare, che la difesa, se non paghi, in Italia non c'è. E' dimagrito e ha occhi bui Hamed, non riesce più a intravedere il futuro, qualunque sia il verdetto del giudice. La sua storia, uguale a quella di cento altri Hamed, era costruita sulla sabbia ed è crollata. Senza speranza. Mi chiede aiuto Hamed, ma io mi sento enormemente impotente e mi vien da consigliargli, superficialmente, di far le valigie e tornare alla sua terra, che se fame e dolore e miseria dev'essere, che almeno siano profumate di agrumi e spezie, di coriandolo e pepe. Anche perchè, se resta in Italia, credo che abbia una sola via d'uscita: dovrebbe sperare di essere nominato ministro! E non mi par tanto facile per lui...

martedì 29 giugno 2010

IL DOLORE

Da qualche giorno ho un dolore articolare che non mi dà respiro. Parte dal centro del collo e scende lungo il braccio sinistro. Si sofferma, con accanimento crudele, sul gomito, per poi arrivare, più benevolo, fino alla mano. Lo sento come una presenza viva. E' un divoratore che procede incessante. Un sinistro compagno.Un parassita che, beffardo, sembra aver trovato la sua vittima. Sono andata dal medico e mi ha superficialmente consegnato la diagnosi, senza neppure alzarsi dalla scrivania: è periartrite. In fase acuta. Ho letto che è una malattia tipica dei quarantenni, che è psicosomatica, che non passa tanto facilmente e che è refrattaria alla terapia farmacologica...Ho scoperto che è poco interessante per gli altri, mentre a me sta invadendo la vita. Mi sveglio presto e lei è già lì, impegnata a mordere fin dal mattino; prosegue tutta la giornata, con pause brevi e acuzie repentine per poi raggiungere il massimo della sua attività durante la notte. Come un fantasma malvagio e spietato. Nonostante questo malessere continuo, le mie giornate procedono secondo una quotidianità prestabilita, incline anche all'accoglienza di cambiamenti che irrompono gioiosi o odiosi; sono zeppe di impegni e di scadenze, di compleanni e qualche lacrima: lavoro, esco, faccio la spesa, sgrido e coccolo i miei figli, amo e mi arrabbio e rido. Come se lui non ci fosse. Ma mi capita di pensare a com'era prima, prima del dolore. Rifletto su come stavo bene quando potevo contare su un braccio che non faceva male. E sento con un pò di nostalgia che è sempre la stessa identica storia, che l'uomo non riesce a intendere, sebbene tanto semplice da apparire banale. E' come se, vittime di un sortilegio malvagio, ci fosse concesso di apprezzare a pieno il valore di ciò che abbiamo proprio nel momento in cui questo viene a mancare. Come se la scoperta dell'essenza fosse possibile solo nell'assenza, quindi irraggiungibile. Mi ripeto che, quando starò bene di nuovo, voglio svegliarmi al mattino e sorridere al mio corpo e gioire del mio star bene. Voglio sentire, nel mio braccio, il benessere dell'assenza di dolore, apprezzare il funzionamento delle mie gambe, dei miei occhi, delle orecchie e del cuore. Ma è solo negli intenti e già so, nel progettare, che non lo farò mai...

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!
L'Italia è sull'orlo del precipizio, ci aspettano mesi di tagli e manovre "lacrime e sangue", l'opposizione è inesistente e Mario Monti non è il nostro eroe ma almeno...BERLUSCONI SI E' DIMESSO!!!

SE NON ORA QUANDO?

SE NON ORA QUANDO?
FIRENZE, 13 FEBBRAIO 2011.