FRANCESCO MUSANTE

FRANCESCO MUSANTE
UNA ROSA LA LUNA E LA NOTTE INTERA PER PENSARE A TE

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.
I bambini non ricorderanno se la casa era lustra e pulita ma se leggevi loro le favole. Betty Hinman

lunedì 24 gennaio 2011

OBBLIGO DI PARTECIPARE

Passano i giorni da quel voto, da quel referendum vergognoso imposto ai lavoratori della Mirafiori, ma lo sdegno, lo sconforto, la vergogna, la paura e la stanchezza non mi abbandonano. Non posso fare a meno di scrivere. Non posso fare a meno di far sentire il mio dissenso. Ho pensato mille volte a quelle mani che hanno tracciato il "NO", ricattate dalla perdita di lavoro, schiacciate dalla nefasta promessa di un destino incerto e dall'accusa di esserne stati responsabili, ma con una dignità umana più forte di qualsiasi tentativo di sottometterla. Ho pensato a quegli occhi che si sono soffermati sul "NO", scegliendolo contro il privilegio della certezza, contro la forza di chi detiene un potere economico al di sopra dell'immaginabile, come un inno alla speranza che ancora alberga nel cuore della gente, a dispetto di chi coltiva il contrario. Ho pensato che quelle mani, quegli occhi, quei cuori, quel giorno lì non avevano età, e se l'avevano erano i vent'anni carichi di aspettative di chi ha la vita davanti e la forza di progettarla e di immaginarla con tutte le possibilità che ogni uomo dovrebbe avere. Quei "NO", così incredibili, che ti vien da mettere in dubbio che possano essere stati così tanti (il 45,95%!, non uno scherzo...), sono la voce del nostro passato, di mio padre che è morto di tumore al polmone dopo aver respirato per anni, in fabbrica, le polveri della lavorazione dell'acciaio, tra turni massacranti e scarso stipendio, sono la promessa per l'avvenire dei miei figli a cui insegno l'equità sociale, la giustizia e il dovere di ribellarsi alle ingiustizie ma anche ai privilegi. Avrei voluto vederli quegli operai, quelli lì, quelli del "NO", la sera che han votato: son certa, erano pieni di passione, con un'emozione in più tra lo stomaco e il cuore, proprio qui, nel mezzo, nonostante l'epilogo certo della vittoria dei "SI", beffardi e pieni di forza. Quella sera han fatto l'amore con le loro donne, è sicuro. E la vita, per un giorno, si è fermata su quel "NO": nient'altro ha avuto importanza. Nè Marchionne, nè la crudeltà di strumentalizzare uno strumento di partecipazione democratica in maniera tanto immorale, nè le coseguenze a cui andavano incontro. Quel "NO" è stata una rivoluzione, che piaccia o meno. Ed è solo l'inizio.

sabato 1 gennaio 2011

A. GRAMSCI: Voglio che ogni mattino sia per me un Capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.”
BUON ANNO A TUTTI!!!!!!!

martedì 28 dicembre 2010

INDAGINE OCSE-PISA: tra strumentalizzazioni, demagogia e dubbi legittimi

La ricerca PISA (Programme for International Student Assessment) è un'indagine internazionale promossa dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) con l'ambizione di valutare il sistema dell'istruzione attraverso l'accertamento delle conoscenze e capacità dei quindicenni scolarizzati verificando se e in che misura i giovani che escono dalla scuola dell'obbligo hanno acquisito alcune competenze giudicate essenziali per svolgere un ruolo consapevole e attivo nella società e per continuare ad apprendere per tutta la vita.
L'indagine, che viene effettuata ogni tre anni, accerta il possesso di conoscenze e abilità nelle aree della lettura, della matematica e delle scienze e alcune competenze trasversali in gioco nel ragionamento analitico e nell'apprendimento.
Dai risultati dell'indagine OCSE-PISA il Sistema Scolastico Italiano è sempre risultato inadeguato e gli studenti italiani insufficientemente formati, infatti, i punteggi ottenuti li hanno sempre collocati ampiamente sotto la media OCSE, a livello dei Paesi più poveri. Inevitabilmente questi risultati hanno fatto sorgere molti interrogativi e molti dubbi sulla qualità della Scuola Italiana, sulle sue finalità, sulla preparazione dei suoi docenti. Di fronte a ciò era forse necessario aprire un dibattito costruttivo, aperto, non ideologico per individuare punti deboli e criticità del sistema scolastico nostrano, per cercare soluzioni, avanzare proposte innovative, confrontarci con altre realtà, rivedere priorità e finalità, ridiscutere i percorsi proposti, ripensare la formazione dei formatori. Ed invece abbiamo assistito, in questi due anni, alla strumentalizzazione di questi risultati usati per tagliare ore ed insegnanti alla scuola pubblica, per limitare i già scarsi fondi, per ridurre il tempo pieno, per colpevolizzare e screditare gli insegnanti.

Quando sono usciti i risultati dell'ultima indagine PISA (2009), che ha rilevato un miglioramento nelle performances degli studenti italiani risaliti dal 33esimo al 29esimo posto nella graduatoria, la Ministra della Pubblica Distruzione non ha perso tempo in riflessioni argute e analisi dettagliate ma, subitaneamente, ha dichiarato orgogliosa, prendendosi il merito di qualcosa che proprio non le spetta: "In questi anni si è investito tanto sulla valutazione degli apprendimenti e ora i risultati ci premiano. Cresciamo nelle materie più importanti salendo di sei posizioni nelle classifiche europee per la comprensione della lingua italiana, di tre per la matematica e di una per le scienze. Sono risultati eccezionali che dimostrano come la scuola italiana sia migliorata e non peggiorata”. Insomma, a detta della Ministra, se gli studenti migliorano nella classifica OCSE è segno che i provvedimenti presi vanno nella giusta direzione. Peccato che i risultati siano relativi al 2009, neanche un anno dopo il suo incarico e prima ancora che la "sua riforma" si abbattesse sulla Scuola Italiana mortificandola e depauperandola.

Per chi lavora nella scuola con passione, impegno quotidiano e serietà professionale, le dichiarazioni del Ministro appaiono superficiali, sommarie, demagogiche e strumentali. Dovrebbe sapere la Signora Gelmini che i ragazzi formati nella "sua" scuola, parteciperanno all'OCSE-PISA tra dieci anni. Inoltre dovrebbe aver notato, con giustificata preoccupazione, che i risultati italiani sono fortemente penalizzati dalle scuole private; infatti, senza i loro punteggi, gli studenti italiani scalerebbero la classifica anche di dieci posizioni. Le scuole private italiane, pertanto, risultano tra le peggiori nel mondo. Infatti, nella maggioranza dei paesi OCSE, a differenza dell'Italia, gli studenti delle scuole private ottengono punteggi mediamente superiori rispetto a quelli delle statali e contribuiscono così ad alzare la media complessiva. Nonostante l'evidenza di questi fatti i finanziamenti alle scuole private sono in continuo aumento mentre quelli alla scuola pubblica in costante calo. Un paradosso che la Ministra della Meritocrazia ci dovrebbe spiegare.

Resta da spiegare il mistero dell'aumento delle performances degli studenti italiani. Può darsi, semplicemente, che gli studenti siano più preparati dei loro fratelli maggiori, che abbiano acquisito più competenze, che la scuola abbia fornito loro maggiori capacità di utilizzare i saperi appresi. Così, semplicemente. Ma, senza voler sottovalutare le prove dei nostri ragazzi, a me viene qualche dubbio. Nella nostra scuola, infatti, gli studenti sono sempre stati valutati, tradizionalmente, attraverso interrogazioni orali, relazioni scritte, temi, domande aperte. Quale interrogazione su Dante non iniziava con la terrificante richiesta: "fai la parafrasi dei versi..."? e quale compito di geometria non poteva che terminare con la rituale ed ambiziosa frase "come volevasi dimostrare"? Prove impegnative, difficili da giudicare, suscettibili di una valutazione poco oggettiva, facilmente dipendenti dalla soggettività del valutatore: il prof di turno con le sue simpatie, la sua esperienza, le sue aspettattive, l'umore del momento. Prove particolarmente complesse che richiedevano un ampio ventaglio di svariate competenze: buona padronanza dell'italiano, logica e deduzione, comprensione linguistica, capacità di analisi e sintesi, conoscenza dei contenuti, abilità argomentative. E un po' di sfacciataggine all'orale. Gli studenti italiani sono sempre stati valutati in base a prove di questo tipo. Sono stati formati, cresciuti, abituati a sostenere compiti di questo genere. Non altri. Le prove somministrate ai quindicenni durante l'indagine OCSE-PISA si basano, invece, su quiz, su un'ampia gamma di domande a risposta chiusa in cui bisogna individuare e crocettare la risposta giusta tra quelle date. Un tipo di prova alla quale i nostri studenti non erano abituati. Ma che di recente anche gli insegnanti italiani, adeguandosi al resto del mondo, hanno iniziato ad infliggere ai loro studenti. E che, come si vede dai miglioramenti delle performances del 2009, rende i nostri studenti più bravi in quel tipo di prove. In quel tipo di prove! Non più bravi in generale. Non più bravi dei loro fratelli maggiori. Solo più capaci di affrontare compiti così strutturati. Io credo.

Allora emerge un ulteriore dubbio: può l'indagine OCSE-Pisa verificare le reali competenze dei 15enni e di conseguenze valutare e descrivere il sistema d'istruzione? Perchè c'è ancora una cosa che i risultati dell'OCSE-PISA non riescono a spiegare: perchè al CNR francese un terzo dei ricercatori stranieri assunti nei settori di matematica e fisica è italiano, formato in una scuola giudicata inadeguata. Un terzo!!!

La discussione è aperta!

lunedì 27 dicembre 2010

NOI CRESCIUTI AL TEMPO DI BERLUSCONI dal blog di Federico Mello

Noi che siamo cresciuti ai tempi di Berlusconi. che abbiamo visto il Parlamento della Repubblica lavorare su 40 leggi ad personam, le vallette del “Sabato del villaggio” diventare ministre;
noi che abbiamo sentito le parole “crisi” e “debito” come unico racconto possibile dell’economia italiana;
noi che la laurea non serve a niente e “l’elettore medio ha la cultura di uno studente di seconda media, e neanche nelle prime file”;
noi che abbiamo visto uomini di governo e delle istituzioni indagati e condannati per mafia e camorra;
noi che “se un uomo a 38 anni non può pagarsi un mutuo è un fallito”; quelli che “vi dovete abituare ad avere un lavoro precario e una pensione da fame”;
noi che corruzione ci hanno dimostrato che è la regola, la compravendita un dovere;
noi che “i magistrati sono una metastasi” e “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, mandava la gente a fare la vacanza in confino”;
noi che Sandro Bondi è ministro della Cultura, e prima di lui Rutelli, e prima ancora Rocco Buttiglione;
noi che l’anagramma di Silvio Berlusconi è “l’unico boss virile” tanto che “non ho mai pagato una donna” e Patrizia D’Addario, Noemi Letizia, Ruby Rubacuori, il bunga bunga sono soltanto “una cortesia verso le persone che ospito”;
Noi che siamo cresciuti ai tempi di Berlusconi, che saremmo dovuti diventare tutti aspiranti tronisti, veline, genitori di figli canterini in uno show in prima serata il sabato sera;
noi che avremmo dovuto prendere ad esempio Fabrizio Corona, Costantino Vitaliano, Lele Mora, Emanuele Filiberto, Alessio Vinci;
noi che avremmo dovuto pensare che “il Grande Fratello è un’ottima occasione per fare carriera”, “se ho problemi economici sposo un miliardario”;
noi che avremmo dovuto credere che “non si fa gossip sulla vita privata dei politici” e comunque “evadere le tasse è giusto” e “la cricca, la P2, la P3, la P4 sono un’invenzione dei giornali”;
noi che ce la saremmo dovuta bere che a quel tale avevano pagato la casa “a sua insaputa”;
noi che ci saremmo dovuti alienare, perdendoci dietro la realtà virtuale di blog, chat, forum, siti web, videogiochi;
Noi che siamo cresciuti ai tempi di Berlusconi,
invece, oggi siamo nelle piazze, in rete, nelle città, anche se qualcuno ci ha chiamato “assassini” mentre proponeva “arresti preventivi”; andiamo per strada con i nostri genitori, o con i nostri figli;
noi che rimaniamo sospesi nell’aria per dire a tutti che la ricerca è appesa a un filo;
noi che cerchiamo di entrare con la forza a Palazzo D’Orleans a Palermo, sede della Regione, simbolo del potere colluso che da anni tiene sotto scacco la Sicilia;
noi che in un mare di blog, siti di news, pagine Facebook, giornali indipendenti, proviamo a fare vera informazione, ad arginare la grancassa dell’impero mediatico del padrone;
noi che veniamo ricevuti dal Presidente della Repubblica, manco lui fosse Pertini e noi la nazionale di Bearzot;
noi che abbiamo detto subito che la ricostruzione a L’Aquila era un bluff, e il piano per togliere i rifiuti da Napoli anche;
noi che i poliziotti sono dalla nostra parte; gli automobilisti, i passanti e i lavoratori ci applaudono;
noi che nonostante tutto non ci arrendiamo, non ci adeguiamo, non smolliamo, non tacciamo, non abbassiamo né la testa né la voce, non insabbiamo, non ci “conteniamo”.
Noi cresciuti ai tempi di Berlusconi, siamo quelli che stanno festeggiando nel modo migliore, urlando a squarciagola Democrazia! e Costituzione!, i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/24/noi-cresciuti-ai-tempi-di-berlusconi/83636/

mercoledì 22 dicembre 2010

LA MIA CASA A NATALE...

Ho addobbato la casa per Natale. Come ogni anno ho dedicato ore e ore a far emergere, da enormi e svariati scatoloni, babbi natali, palle di vetro, carillon e abeti colorati. Ho posizionato, con pazienza e cura, oggetti preziosi, regali degli anni passati, ricordi e manufatti di scarso valore, impagabili.E a lavoro finito, come ogni anno, la pace si è fatta sentire più della stanchezza.Mi son chiesta spesso quale conciliazione possano trovare la parte di me più razionale, anticlericale, contraria agli sprechi, quella con cui convivo maggiormente, con questa me stessa così sensibile al clima natalizio, esagerata e piena di fronzoli, apparentemente ignara, se non indifferente, ai mali del mondo.Sicuramente la spiegazione al mistero è da ricercarsi, prevalentemente, nell'estrema contraddizione umana e, in parte, nell'amore che provo per la bellezza, la creatività e l'arte. Tuttavia son certa che l'intento maggiore è quello di creare un luogo speciale per i miei figli, che sia denso di significati simbolici, che li nutra e li tenga un pò al caldo, mentre fuori fa freddo. Il messaggio che voglio trasmettere loro è di rifuggire la disillusione, foriera di aridità; di non cedere al cinismo, che toglie il sorriso, di mettere cuore anche in ciò che non appare conveniente, se questo ci trasmette emozioni.Vorrei così insegnar loro la virtù di coltivare la semplicità, perchè più di altri è capace di farci gustare un benessere pacifico,duraturo.Son certa che questo rituale, apparentemente superficiale, sarà da loro ricordato al pari di un insegnamento, di un precetto, e che sarà annoverato tra gli atti di cura, di attenzione per loro, come lo è stato per me. Gli addobbi a Natale sono infatti una preziosa eredità ricevuta che consegno, con fiducia, ai miei figli.

domenica 19 dicembre 2010

L'INDIFFERENZA CHE ACCENDE LA RABBIA

Nello studio verdognolo di Annozero tutti si aspettavano che gli studenti prendessero le distanze, condannassero la violenza, si cospargessero il capo di cenere, esibissero buoni sentimenti, scontato pacifismo, ragionevole ma misurato dissenso. E tutti noi ci aspettavamo che lo facessero, che rivelassero che i "cattivi" sono altri, che vengono da fuori, che non hanno nulla a che vedere con loro, bravi studenti dalla faccia pulita e 30 e lode. Ed invece, questi ragazzini hanno rifiutato la mano tesa dei luoghi comuni, del buonismo da due soldi, delle frasi di circostanza. Con la passione dei loro vent'anni, e la lucidità di chi ha perduto anche il futuro, hanno sollevato problemi veri, pretendendo risposte vere, oneste, concrete. Senza nascondersi dietro posizioni misurate, facile retorica, dissociazionismo di circostanza, rifiutando di lasciarsi inquadrare nei nostri triti clichè, si sono esposti con inaspettata franchezza, assumendosi ogni responsabilità. Più adulti degli adulti che li circondavano. Hanno opposto ai, fin troppo facili, rituali ritornelli degli infiltrati la verità della loro rabbia. Una rabbia non improvvisa ma che cova, rispettosa, da tempo. Incattivita da due anni di non risposte, di indifferenza, di cecità politica. Da due anni di parole cadute nel vuoto, di proteste inascoltate, di manifestazioni guardate con condiscendente tolleranza dai vetri del Palazzo.

In attesa che la protesta decantasse, si affievolisse, sciamasse. Per poter tornare tranquilli ai soliti giochi di potere, alle meschine trattative quotidiane, al consueto mercimonio della cosa pubblica: allo spettacolo indecente di questi ultimi anni.

Ma, in verità, il Palazzo in questi due anni non è stato in silenzio, qualche risposta l'ha data. Vediamole le responsabili risposte dei responsabili Rappresentanti del popolo.
E' stato detto agli studenti scesi in piazza per protestare che sono strumentalizzati (da chi? dall'opposizione? Da Bersani, noto capopopolo carismatico?), che difendono i baroni delle Università, che sono fannulloni e che farebbero meglio a starsene a casa a studiare (o, in alternativa, ad andar dietro alle ragazze); ai precari della scuola politicizzati, ai poliziotti grassoni e panzoni, ai lavoratori dello spettacolo che con la cultura non si mangia; ai dipendenti pubblici fannulloni e assenteisti; ai napoletani sommersi dall'immondizia incapaci che non sanno fare la differenziata e che è giusto che ognuno si tenga la propria spazzatura; ingrati agli Aquilani che vorrebbero la città liberata dai detriti; di sposarsi un miliardario alle giovani laureate in cerca di lavoro; menzogneri appartenenti ad una faziosa lobby di sinistra ai giornalisti; agli omosessuali che è meglio aver la passione per le belle ragazze che esser gay; ai magistrati che sono estremisti che mettono a rischio la governabilità, ai giudici della Corte di Cassazione che son tutti comunisti scelti da Presidenti comunisti (oltre a Napolitano, da Scalfaro, cresciuto, com'è risaputo, nelle file di Avanguardia operaia, e da Ciampi, noto stalinista); ed infine (ma ne tralascio tante per sfinimento) al Presidente della Repubblica Chissenefrega!
Un'infinità meschina di violenze quotidiane sottoforma di battute abituali che mortificano e disconoscono le ragioni dell'altro, di chi chiede risposte, di chi aspetta soluzioni ai problemi di ogni giorno da coloro ai quali ha affidato le sorti del Paese. Un'infinità di motivi che spiegano la rabbia. Una rabbia che conosco bene anch'io perchè la scopro in me ogni giorno. Sempre più profonda, sempre più cattiva. Esasperata ormai.
Ma in questi giovani non c'è solo la rabbia. C'è anche la voglia di fare, il bisogno di credere di poter migliorare le cose, il desiderio e l'impazienza di costruirsi un futuro. Ed allora il mondo appare rovesciato: la Politica, quella vera, che dialoga, si confronta, negozia, propone soluzioni, osa percorsi alternativi, si appassiona ed appassiona, hanno ragione i ragazzi, è fuori dal Palazzo. E' in strada. E là dentro, uscita la passione politica, non è rimasta che la violenza.

sabato 20 novembre 2010

DELLA GIOVANNA E ALTRO...

Ne abbiamo parlato per anni, nelle nostre riunioni a tre: io, Miranda e Samantha, trattandola, come massoni, alla stregua di un personaggio scomodo o, comunque, da nascondere. L'ho citata, senza definirla, in uno dei primi post di questo blog, quando era ancora una mansarda frequentata solo dalle proprietarie. L'abbiamo sempre trattata benevolmente, con ironia, senza subire troppo il suo condizionamento. Ora esco allo scoperto e ve la presento: la Giovanna" o, se preferite, la "Giovannona" (e guai a omettere l'articolo), è quel simpatico rotolino che fuoriesce dal jeans a vita bassa, che spunta da una bella maglia attillata in prossimità del giro vita, che fa capolino davanti allo specchio proprio mentre ti provi il vestitino nuovo appena acquistato. E' strana la Giovanna, spesso è talmente subdola da starsene nascosta durante tutto l'acquisto: nel camerino, davanti alla commessa, mentre ti osservi critica, e di uscire prepotente a casa, quando ti mostri a tua madre, a tuo marito, ai figli. Stamani, Miranda e io, siamo andate ad una meravigliosa lezione di letteratura. Lo ammetto, nel prepararmi, cercavo di farmi carina. Ma la Giovanna stamani ha deciso di non darmi tregua. Intanto voleva venire a tutti i costi con me. Hai voglia a convincerla cambiando i jeans, mettendo i pantaloni neri, indossando la maglia più lunga. Non si toglieva da lì, cocciuta e prepotente! In effetti, ultimamente, le ho dato spago facendola fraternizzare con gelati, snack, patatine e focacce, e lei se ne approffitta! E' pensando a questo che mi è venuta l'idea di una strana analogia tra la Giovanna e i figli. Intanto ognuno ha la Giovanna che si merita, in più, è anche vero che, come con i figli, ciò che a te sembra grave non lo è per me...Può succedere di lamentarsi per una Giovanna che, ad un altro, farebbe invidia, o di penarsi per un figlio che, visto con occhi altrui, è meraviglioso nella sua complessità e stravaganza. In più, anche la Giovanna, come i figli, si reggono meglio se chi ti sta intorno ti aiuta a sdrammatizzare, se te li mostra nelle loro virtù, se, in una parola, ti dà una mano a trastullarli. E' proprio questo che ha fatto, stamani, l'omino della benzina (non è più poetico di benzinaio?): son scesa mentre mi riforniva di carburante, gli ho chiesto indicazioni sulla strada dove si teneva il seminario, l'ho ringraziato sorridendo e lui, ammiccante, ha risposto: "No, grazie a lei, che è proprio un bel vedere!". Il risultato? Sono scesa dalla macchina complessata dalla Giovanna, son risalita strafiga e irraggiungibile. Una sgommata e...via! Accanto a me una perplessa Miranda.

lunedì 8 novembre 2010

MALGRADO NOI...

Lunedì mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte, siamo finalmente sul traghetto alla volta di Ischia. Non ci lasciamo turbare dal mare forza otto, dall'alluvione che ha invaso la nostra città, dalla stanchezza che si insinua prepotente. Siamo insieme, stiamo andando in vacanza per un'intera settimana, questo ci basta. Ci guardiamo sorridenti, Fred, come al solito, ammicca, mi abbraccia, i nostri figli ci lanciano battute, giochiamo con le parole. Veniamo sballottati dalle onde come in un tagadà; l'aria è piena di un odore acido, ma ci perdiamo a osservare i gabbiani, la scia della nave, le isole sparse. C'è pure la televisone in un angolo: schermo piatto, gigante. Mi chiedo se in uno scenario naturale che toglie il respiro fosse indispensabile distrarre i viaggiatori in tal modo. E' un attimo. Il tempo di gettare uno sguardo veloce sullo schermo, di rendermi conto che stanno proiettando il telegiornale, di capire che stanno parlando proprio della mia città, di realizzare ciò che la cronista sta dicendo. E' un attimo. Poi la tragedia ci invade: hanno perso la vita una mamma e un bambino, persone che conosciamo molto bene, che vivono nel nostro paese. La loro casa è crollata a causa di una frana provocata dalla pioggia incessante delle ultime ore. Il marito, il padre, si è spaccato le mani nel tentativo di salvarli, di tirarli fuori dal fango; nelle orecchie il pianto del suo bambino di due anni, che sicuramente ha solo creduto di sentire...Il viaggio sul traghetto da Napoli ad Ischia lo ricorderò, negli anni a venire, come una perfetta metafora della vita; mi sono ripetuta, almeno mille volte, che pur avendo milioni di motivi per lasciarmi andare alla tristezza, avevo l'obbligo, verso i miei figli, verso mio marito, verso me stessa, di reagire e godermi quelle giornate tanto programmate, in un'isola meravigliosa che visitavo per la prima volta. Abbiamo vissuto giornate da sogno, con un sole partecipe che ci ha permesso bagni all'aperto, in acqua termale, benefica, calda. Ci siamo concessi massaggi rilassanti profumati all'olio di mandorla, resi ancora più suggestivi da lampade soffuse e musiche soavi. La forza dell'istinto vitale ha giocato, in questa settimana, con l'angoscia per la morte delle persone che amiamo. Ho pensato spesso a quel padre, alla figlia adolescente che si è salvata solo perchè era andata con gli amici a festeggiare Hallowen, al dolore incolmabile di fronte alla perdita. Li ho ricordati insieme; li vedevo solitamente in spiaggia, uniti, speciali nella loro normalità, una famiglia come tante. Ho pensato ancora di più al mio di dolore, inutile negarlo. Mi sono identificata, come è tipico nell'egoismo umano, ed ho pensato a come potrei vivere io una simile perdita. Immersa nel tepore quasi amniotico di quelle acque, coinvolta dalla bellezza della spiaggia di Sant'Angelo, incantata dall'imponenza del Castello Aragonese, ho fermato i pensieri sulla fragilità della vita, sulla sua vacuità. E, come spesso mi succede in simili circostanze, pur toccando l'impotenza umana ho avvertito il mistero dell'esistenza, la possibilità che esistano potenzialità ignote che, a fronte di dolori tanto profondi, ci giungano inaspettate e consolatorie, come una mamma sempre pronta ad accudirci, malgrado noi.

venerdì 5 novembre 2010

LA BIONDA DEL CAPO

Da poco laureata, avevo trovato lavoro in un negozietto del centro che vendeva tabacchi e giornali. Passava da lì ogni mattina una moltitudine di gente svariata, studenti, mamme coi figli da accompagnare a scuola, casalinghe in cerca della fortuna promessa dai "grattini", professionisti per il giornale o qualche marca da bollo. Era nostro cliente anche il Direttore della Banca più importante della città. Da poco trasferito, era un cinquantenne di ricercata eleganza, un po' appesantito dall'età, i capelli radi, e due occhi magnetici color verdemare. Occhi intriganti, arditi, che ti lasciavano nuda. Ogni volta che attraversava la piazza, mi lanciava, attraverso i vetri, sguardi appassionati ed insistenti che ricambiavo con timidi cenni di saluto. Mi lasciava stupita e turbata. Ma soprattutto mi lusingava. Un giorno si fece più audace e mi invitò a prendere un caffè. Non conosco nessuno, sono nuovo in questa città e lei mi sembra così gentile, mi disse. Accettai, incuriosita, compiaciuta, e, per qualche strano motivo, anche attratta dalla situazione. Sarà che avevo passato gran parte della mia vita col naso tra i libri a rimuginare sulle tesi paranoiche di Hegel e sul pensiero visionario di Marx. Sarà che la mia laurea in filosofia, per cui avevo tanto faticato, giaceva inutile ed inutilizzata in un cassetto. Sarà che avevo da poco sposato il grande amore della mia vita, che era stato il primo, l'unico e il solo. Sarà che ero cresciuta in un piccolo paesino della provincia, e avevo più sogni che occasioni concrete. Sarà che ero stanca di tentare concorsi su cui rimbalzavano le speranze di migliaia di povericristi come me. Sarà che avevo, fino ad allora, più sognato che vissuto, conosciuto più poesie che persone e un'esperienza del mondo mutuata quasi esclusivamente dai libri. O, forse, sarà semplicemente che abbiamo istinti nascosti di rivalsa, di rivincita a tutti i costi che spesso stentiamo a riconoscere ma che sono forti ed innati in noi. Fatto sta che le attenzioni garbate ma costanti del Direttore incomprensibilmente mi gratificavano. Come se questa mia ascendenza su di lui potesse offrirmi un qualche potere, una maggiore considerazione, una possibilità di successo e di gratificazione in via indiretta. Come se potesse concedermi una qualche possibilità di riscatto facile e immediato, una rivincita sul mondo, che nessun merito mi avrebbe mai dato. O potesse aprirmi certe porte e fornirmi allettanti occasioni. Essere una Bionda del Capo poteva avere i suoi vantaggi. Me ne rendevo conto con un certo incredulo stupore. Eppure mi pervadeva, al pensiero, una sottile esaltazione, un'ambigua ed inquietante eccitazione. D'un tratto sembrava tutto così facile, accessibile, a portata di mano.
Potete immaginare il mio smarrimento ed il mio imbarazzo nello scoprire dentro di me, giovane donna emancipata, femminista di seconda generazione, sognatrice imperterrita, comunista ostinata, dottoressa di filosofia con la vocazione dell'insegnante, una Lori Del Santo qualsiasi, una Tinì Cansino dei poveri.
Inutuile dire che la storia finì lì. Anzi per la verità non iniziò mai. Dopo che avevamo stabilito di darci del tu, di fronte al caffè e al mio succo di frutta che non ne voleva sapere di scivolare nel mio stomaco chiuso, il Direttore mi offrì generoso il suo aiuto: Se tu avessi bisogno di qualcosa... di qualunque cosa, io vorrei poterti aiutare,... vorrei, ecco, che tu ti rivolgessi a me per qualsiasi cosa... Di colpo, istintivamente, tornai a dargli del Lei, umiliata da quel corteggiamento che mi appariva come una trattativa commerciale. E così tornai ad inseguire i miei modesti sogni di una famiglia, di una casa di proprietà, di un lavoro da insegnante. Ed un anno dopo col pancione tenevo le mie prime lezioni di grammatica ad una scolaresca rumorosa e distratta.
Ho fatto le mie scelte e ne sono felice. Ma vorrei capire cosa spinge noi donne a sentici più sicure, più forti e meno indifese sotto la protezione di uomini potenti ed influenti. Quale bisogno ancestrale ci fa cadere in questo tranello?

lunedì 1 novembre 2010

UOMINI E SESSO:

AVVERTENZE PER L'INCAUTO LETTORE:
questo post è stato scritto senza l'approvazione di Wilma e Samantha.
Da quando, per un anniversario di matrimonio, per gioco o, forse, per scherno, ci hanno regalato un luminescente vibratore blu elettrico, mio marito ha cominciato a coltivare una sua fantasia personale. Ogniqualvolta capitava che io entrassi più tardi al lavoro lui non faceva che ammiccare ed alludere: cosa fai ora tutta da sooooola? indicando con lo sguardo il cassettone in fondo al quale era ben nascosto il goliardico oggetto del piacere. Dapprima io, naturalmente, smentivo categoricamente e rinviavo al mittente ogni allusione, rimproverandolo pure un poco: non fare lo scemo, ma cosa ti viene in mente? Tanto non ho niente da fare!
Mi stupiva il fatto che pensasse che per una donna un vibratore potesse sostituire o anche solamente surrogare un uomo. Come se il sesso si riducesse semplicemente ad uno sfregamento ritmico o ad una stimolazione meramente fisica. E non fosse invece soprattutto incontro, intimità, conoscenza dell'altro e di sè attraverso l'altro. Come se non si avvalesse anche di sguardi complici, di carezze audaci, di frasi d'amore, di parole, paroline e magari parolacce. Di odori e percezioni. Di abbracci e di contatti. E l'uomo non fosse altro che il suo membro e non anche occhi che conversano e mani che cercano. Pelle che odora, vibra, sussulta. Respiro e sospiri.
Comunque con il tempo, un po' per scherzo, un po' per sfinimento, ho cominciato ad appoggiare queste sue fantasie... ammiccando pure io, lasciando intendere chissachè, sorridendo provocante ed entusiasta. Insomma era diventato un gioco tra di noi. Una sorta di rito innocuo e leggero, di scherzosa finzione...
Finchè un giorno, tirando fuori l'ambiguo giocattolo, mio marito scopre che le batterie sono scariche. BECCATA!!! Me lo fa notare sorridente e malizioso. E, come non ammetterlo, molto soddisfatto per AVER CAPITO TUTTO! Io cado dalle nuvole, mi mostro alquanto sbalordita... Ma lui non ci casca: no, non è mica scemo LUI!
Allora si decide a cambiar le pile e scopre che... non sono affatto esaurite bensì... OSSIDATE!!!
Ma veramente aveva creduto che....??? E cosa pensava: che erano i folletti a stirare quelle pile di magliette, a cuocere quei pentoloni di ragu, a spolverare uno per uno i vari soprammobili, a tener pulito il giardino e via dicendo?
Bah... Gli uomini!!!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!
L'Italia è sull'orlo del precipizio, ci aspettano mesi di tagli e manovre "lacrime e sangue", l'opposizione è inesistente e Mario Monti non è il nostro eroe ma almeno...BERLUSCONI SI E' DIMESSO!!!

SE NON ORA QUANDO?

SE NON ORA QUANDO?
FIRENZE, 13 FEBBRAIO 2011.