FRANCESCO MUSANTE

FRANCESCO MUSANTE
UNA ROSA LA LUNA E LA NOTTE INTERA PER PENSARE A TE

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.

La materia dei libri è costituita dalle sottigliezze della vita.
I bambini non ricorderanno se la casa era lustra e pulita ma se leggevi loro le favole. Betty Hinman
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lunedì 23 gennaio 2012

SCARPE SCOMODE

Raramente cambio idea. Forse perché ogni idea, prima di adottarla, l'ho accuratamente vagliata, pesata, sviscerata, pensata e ripensata. Ma in questi giorni mi capita una cosa strana. Capita che una delle mie idee preferite, progressista, moderna e luminosa mi appaia sempre più inadeguata, preconcetta, sorpassata. Capita che un'altra, odiosa, reazionaria, stantia come le idee di un vecchio zio burbero e brontolone si faccia largo subdolamente nella mia testa, mi appaia più adatta. Mio malgrado.
Ho sempre cullato con candida fiducia un'irreprensibile convinzione, ossia che modernità, progresso, democrazia partecipata, civiltà potessero realizzarsi completamente solo mediante l'istruzione obbligatoria per tutti fino alla maggiore età. Il diritto allo studio come garanzia principe di libertà, di crescita, di felicità.... Forse perché appartengo a quella generazione per la quale studiare non era un obbligo noioso ma un privilegio a cui accedevi solo se appartenevi ad una delle due categorie: fortunato "figlio di papà" oppure "particolarmente portato per gli studi" e, nel secondo dei casi, non era affatto scontato che ti permettessero di continuare gli studi. Alla fine della III media si decideva, se eri sempre stato bravo potevi avere una possibilità ed iscriverti ad una scuola superiore, preferibilmente una scuola professionale che ti garantisse un mestiere alla fine dei cinque anni. A 14 anni sceglievi e certamente era una scelta prematura: troppo presto ti trovavi a decidere del tuo futuro! Ancora non sapevi spiegare le ali e già ti chiedevano quale sarebbe stato l'itinerario del tuo viaggio. Molti di noi hanno sbagliato, ingenuamente si sono preclusi opportunità che più tardi avrebbero rimpianto. Difficile rimediare, impossibile tornare indietro. Oggi fortunatamente non è più così. Oggi l'obbligo scolastico è stato innalzato, il momento della scelta è rimandato. E i nostri ragazzi hanno questa meravigliosa opportunità di proseguire negli studi fino alla maturità, crescendo tutelati e accuditi nella scuola, mentre l'entrata nel mondo del lavoro è rinviata e le responsabilità restano circoscritte, limitate, adatte a quell'età. Che splendida conquista!
Ma poi mi scontro con la realtà quotidiana. Ogni giorno è una guerra con mio figlio che deve fare i compiti. Ogni giorno sbuffi, recriminazioni, battaglie stancanti, mezze bugie, verità dell'ultimo minuto... E il sapere e la conoscenza, forniti OBBLIGATORIAMENTE dalla scuola tacciati di essere noiosi, inutili, faticosi, opprimenti ed ancora e più noiosi...Tempo rubato a cose più piacevoli: a Facebook, all'allenamento, alle scorribande con gli amici, alla televisione, ad un'avventura virtuale nel magico mondo di Avalon... alla vita, in fondo. Nessuna curiosità, nessuna motivazione, nessuna voglia di capire, nessun interesse. Zero passione. Solo un'avversione sistematica, perenne a tutto ciò che implica sforzo, disciplina, impegno, concentrazione, in una parola studio. E quell'abitudine diffusa tra i più di sfangarsela con il minimo indispensabile, di portare a casa quel sei striminzito dell'ultima ora, appiccicandosi in testa quelle due o tre nozioni necessarie per la sufficienza e subito rimosse. Senza orgoglio. Senza amor proprio. Senza amore punto e basta. Da tutto questo la scuola ne esce svilita, umiliata, degradata a tediosa incombenza, a quotidiana, inutile seccatura. L'obbligo, sembra annullare, per alcuni, il piacere della conquista...
Certo non sono tutti così i ragazzi, per nostra fortuna. Ma una gran parte sì, e allora mi chiedo se stiamo facendo la cosa giusta a confinarli in quei banchi, non fornendogli alternative, scegliendo noi per loro. In questo modo, molti di loro finiscono per detestare lo studio, la conoscenza, il sapere... e tutte le nostre buone intenzioni se ne vanno a puttane! Questi ragazzi che vivono il presente e sentono la scuola ed i suoi argomenti troppo lontani da sé e dalle proprie esperienze e necessità è ancora il caso di annoiarli a morte con il teorema di Pitagora, Carlo Magno, l'analisi del periodo, il latino che comunque è una lingua morta e a che diavolo serve? Non sarebbe meglio far tornare la scuola un luogo, non per privilegiati, ma privilegiato per appassionati, per curiosi ed affamati di conoscenza? Temo che la scuola si sia presuntuosamente arrogata l'esclusiva sulla formazione. Credo che bisognerebbe riconoscere che un giovane può esser formato anche al di fuori della scuola. Bisognerebbe pensare ad altre modalità formative, ad altre agenzie educative. Questo sapere imposto per obbligo non solo non serve ma nuoce a chi avrebbe voglia di studiare, di impegnarsi, di approfondire e che invece si ritrova a subire programmi alleggeriti, annacquati, resi adatti e digeribili per tutti. Può essere un problema di maturità, forse molti di questi giovani non sono ancora consapevoli, non abbastanza maturi per capire l'importanza determinante della preparazione scolastica per la vita. Del resto, è capitato anche a molti di noi, no? E allora, forse relegare l'istruzione solo ai primi anni di vita è un notevole sbaglio. Che senso ha, oggi, in cui tutti i saperi vengono messi quotidianamente in discussione, rivoluzionati, spesso addirittura sconfessati, studiare fino a 20- 25 anni anni e poi entrare nel mondo del lavoro ed abbandonare per sempre la formazione e l'aggiornamento? La nostra preparazione, può dirsi mai definitivamente raggiunta? E siamo proprio sicuri che la professionalità ci venga attestata una volta per tutte da un pezzo di carta? Forse il sistema scolastico andrebbe ripensato, la formazione distribuita nel corso della vita, ripresa ad intervalli di tempo in vari momenti della nostra esistenza, mai considerata conclusa.
Sono scomode queste scarpe! Ditemi che sto sbagliando tutto!!!

martedì 28 dicembre 2010

INDAGINE OCSE-PISA: tra strumentalizzazioni, demagogia e dubbi legittimi

La ricerca PISA (Programme for International Student Assessment) è un'indagine internazionale promossa dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) con l'ambizione di valutare il sistema dell'istruzione attraverso l'accertamento delle conoscenze e capacità dei quindicenni scolarizzati verificando se e in che misura i giovani che escono dalla scuola dell'obbligo hanno acquisito alcune competenze giudicate essenziali per svolgere un ruolo consapevole e attivo nella società e per continuare ad apprendere per tutta la vita.
L'indagine, che viene effettuata ogni tre anni, accerta il possesso di conoscenze e abilità nelle aree della lettura, della matematica e delle scienze e alcune competenze trasversali in gioco nel ragionamento analitico e nell'apprendimento.
Dai risultati dell'indagine OCSE-PISA il Sistema Scolastico Italiano è sempre risultato inadeguato e gli studenti italiani insufficientemente formati, infatti, i punteggi ottenuti li hanno sempre collocati ampiamente sotto la media OCSE, a livello dei Paesi più poveri. Inevitabilmente questi risultati hanno fatto sorgere molti interrogativi e molti dubbi sulla qualità della Scuola Italiana, sulle sue finalità, sulla preparazione dei suoi docenti. Di fronte a ciò era forse necessario aprire un dibattito costruttivo, aperto, non ideologico per individuare punti deboli e criticità del sistema scolastico nostrano, per cercare soluzioni, avanzare proposte innovative, confrontarci con altre realtà, rivedere priorità e finalità, ridiscutere i percorsi proposti, ripensare la formazione dei formatori. Ed invece abbiamo assistito, in questi due anni, alla strumentalizzazione di questi risultati usati per tagliare ore ed insegnanti alla scuola pubblica, per limitare i già scarsi fondi, per ridurre il tempo pieno, per colpevolizzare e screditare gli insegnanti.

Quando sono usciti i risultati dell'ultima indagine PISA (2009), che ha rilevato un miglioramento nelle performances degli studenti italiani risaliti dal 33esimo al 29esimo posto nella graduatoria, la Ministra della Pubblica Distruzione non ha perso tempo in riflessioni argute e analisi dettagliate ma, subitaneamente, ha dichiarato orgogliosa, prendendosi il merito di qualcosa che proprio non le spetta: "In questi anni si è investito tanto sulla valutazione degli apprendimenti e ora i risultati ci premiano. Cresciamo nelle materie più importanti salendo di sei posizioni nelle classifiche europee per la comprensione della lingua italiana, di tre per la matematica e di una per le scienze. Sono risultati eccezionali che dimostrano come la scuola italiana sia migliorata e non peggiorata”. Insomma, a detta della Ministra, se gli studenti migliorano nella classifica OCSE è segno che i provvedimenti presi vanno nella giusta direzione. Peccato che i risultati siano relativi al 2009, neanche un anno dopo il suo incarico e prima ancora che la "sua riforma" si abbattesse sulla Scuola Italiana mortificandola e depauperandola.

Per chi lavora nella scuola con passione, impegno quotidiano e serietà professionale, le dichiarazioni del Ministro appaiono superficiali, sommarie, demagogiche e strumentali. Dovrebbe sapere la Signora Gelmini che i ragazzi formati nella "sua" scuola, parteciperanno all'OCSE-PISA tra dieci anni. Inoltre dovrebbe aver notato, con giustificata preoccupazione, che i risultati italiani sono fortemente penalizzati dalle scuole private; infatti, senza i loro punteggi, gli studenti italiani scalerebbero la classifica anche di dieci posizioni. Le scuole private italiane, pertanto, risultano tra le peggiori nel mondo. Infatti, nella maggioranza dei paesi OCSE, a differenza dell'Italia, gli studenti delle scuole private ottengono punteggi mediamente superiori rispetto a quelli delle statali e contribuiscono così ad alzare la media complessiva. Nonostante l'evidenza di questi fatti i finanziamenti alle scuole private sono in continuo aumento mentre quelli alla scuola pubblica in costante calo. Un paradosso che la Ministra della Meritocrazia ci dovrebbe spiegare.

Resta da spiegare il mistero dell'aumento delle performances degli studenti italiani. Può darsi, semplicemente, che gli studenti siano più preparati dei loro fratelli maggiori, che abbiano acquisito più competenze, che la scuola abbia fornito loro maggiori capacità di utilizzare i saperi appresi. Così, semplicemente. Ma, senza voler sottovalutare le prove dei nostri ragazzi, a me viene qualche dubbio. Nella nostra scuola, infatti, gli studenti sono sempre stati valutati, tradizionalmente, attraverso interrogazioni orali, relazioni scritte, temi, domande aperte. Quale interrogazione su Dante non iniziava con la terrificante richiesta: "fai la parafrasi dei versi..."? e quale compito di geometria non poteva che terminare con la rituale ed ambiziosa frase "come volevasi dimostrare"? Prove impegnative, difficili da giudicare, suscettibili di una valutazione poco oggettiva, facilmente dipendenti dalla soggettività del valutatore: il prof di turno con le sue simpatie, la sua esperienza, le sue aspettattive, l'umore del momento. Prove particolarmente complesse che richiedevano un ampio ventaglio di svariate competenze: buona padronanza dell'italiano, logica e deduzione, comprensione linguistica, capacità di analisi e sintesi, conoscenza dei contenuti, abilità argomentative. E un po' di sfacciataggine all'orale. Gli studenti italiani sono sempre stati valutati in base a prove di questo tipo. Sono stati formati, cresciuti, abituati a sostenere compiti di questo genere. Non altri. Le prove somministrate ai quindicenni durante l'indagine OCSE-PISA si basano, invece, su quiz, su un'ampia gamma di domande a risposta chiusa in cui bisogna individuare e crocettare la risposta giusta tra quelle date. Un tipo di prova alla quale i nostri studenti non erano abituati. Ma che di recente anche gli insegnanti italiani, adeguandosi al resto del mondo, hanno iniziato ad infliggere ai loro studenti. E che, come si vede dai miglioramenti delle performances del 2009, rende i nostri studenti più bravi in quel tipo di prove. In quel tipo di prove! Non più bravi in generale. Non più bravi dei loro fratelli maggiori. Solo più capaci di affrontare compiti così strutturati. Io credo.

Allora emerge un ulteriore dubbio: può l'indagine OCSE-Pisa verificare le reali competenze dei 15enni e di conseguenze valutare e descrivere il sistema d'istruzione? Perchè c'è ancora una cosa che i risultati dell'OCSE-PISA non riescono a spiegare: perchè al CNR francese un terzo dei ricercatori stranieri assunti nei settori di matematica e fisica è italiano, formato in una scuola giudicata inadeguata. Un terzo!!!

La discussione è aperta!

lunedì 27 settembre 2010

VE LO GIURO...E' SUCCESSO!!!

Wilma rientra rilassata (issima) dalle terme, dove ha trascorso un meraviglioso week end con le sue amiche; l'assale, da subito, la consuetudine familiare: "Mamma, ho aspettato te per le equivalenze Lo sai, le voglio fare con te!!!". E' ora di cena, Wilma è un pò contrariata perchè aveva dato precise indicazioni: sulla lavagnetta di cucina c'è scritto chiaro di fare TUTTI i compiti, di studiare e di tenere la casa come era stata lasciata da mamma. Aiuta comunque il Piccolo disubbidiente, rassicurata dal fatto che ha tralasciato solo quell'impegno. All'ora di andare a letto, il Piccolo entra in camera e informa Wilma e Fred della decisone presa:"Babbo, mamma, io voglio diventare ateo...": i due poveretti, già sotto le coperte, prendono tempo: "Ateo? Ma non è una decisone che si può prendere a dieci anni, è un percorso lungo, che presuppone maturità, consapevolezza...insomma, ora vai a letto che non è l'ora!". Il Piccolo, recalcitrante e imbronciato va a letto. Al mattino, alle sette, entra di nuovo in camera dei genitori, si tuffa nel lettone e chiede: "Posso avere l'esonero dall'ora di religione?". Wilma si sta vestendo in fretta, Fred ha un occhio aperto e uno chiuso:"No, non puoi averlo!", "Insomma, basta, ma cos'è questa novità? hai qualche problema con la maestra di religione?"; il Piccolo è sulle spine:"No. Si. Non la voglio fare più, da oggi.". Wilma e Fred, democratici e accoglienti, rispondono in coro:"Basta, preparati che è tardi!". Wilma si catapulta in tutta fretta nel traffico cittadino seguita a rafica dall'Adolescente e non pensa più al piccolo dissidente che, intanto, continua a piagnucolare per casa. Alla fine, alle otto meno venti circa, Fred entra in cucina per sollecitarlo ad uscire e lo trova intento a trafficare, seppur contro voglia, con il quaderno e il libro di religione. Lì l'arcano si svela: doveva eseguire un compito piuttosto impegnativo e decisamente noioso proprio in quella materia. Non avendo ottenuto il consenso per l'esonero dalla lezione, tentava di rabberciare... A cena, suo fratello, dopo averlo deriso fino alle lacrime, ha riferito che è sua intenzione creare un nuovo gruppo su facebook: "Quelli che...per non fare il compito di religione diventano ATEI"!

giovedì 2 settembre 2010

Mio figlio ha perso una scarpa...

Il Piccolo-che-sta-crescendo quest'anno ha finito la quinta elementare. Del suo disagio scolastico ho già parlato in passato. Sempre con fatica, senza nascondere il dolore e il senso di colpa di fronte alla mia incapacità, nonostante gli sforzi quotidiani, di aiutarlo a superare le sue difficoltà. Sì perchè il mio bambino è un bambino con DSA. Ha, cioè, un Disturbo Specifico di Apprendimento. I bambini DSA, come lui, sono bambini come tutti gli altri: svegli, capaci, competenti, curiosi, finchè non arrivano a scuola e, d'un tratto, si scoprono completamente inadeguati e disarmati di fronte a compiti e richieste quotidiane per loro insormontabili, che gli altri, invece, eseguono con facilità. Attività come leggere, scrivere, calcolare, che la maggior parte dei loro compagni apprende in modo spontaneo e naturale risultano loro estremamente difficoltose. Il fallimento che ne segue e la frustrazione dovuta ai molteplici e infruttuosi tentativi incidono negativamente sulla fiducia in se stessi e sulla motivazione ad apprendere. Spesso poi chi sta loro intorno, educatori, insegnanti, genitori, compagni, poichè non possono negare le loro evidenti capacità intellettive e le potenzialità che emergono nonostante tutto, finiscono, frettolosamente, per spiegare il ritardo scolastico con la mancanza d'impegno. Solitamente di un bambino così si dice che è intelligente ma non studia. Colpevole dunque! Svogliato! E pigro! Questi cinque anni sono stati per mio figlio un inferno; tra pianti e rimproveri, insuccessi ed emarginazione, frustrazioni ed incomprensioni, tra senso d'impotenza e voglia di mollare, stanchezza e senso di colpa per le aspettative deluse. Mai un successo, mai una gratificazione e neppure un riconoscimento per lo sforzo e l'impegno messi. Quest'anno però pareva proprio fosse arrivato il momento per il mio Piccolo-che-sta-crescendo di ottenere, finalmente, una piccola rivincita. Iscritto al corso di atletica, per tutto l'inverno, infatti, si era allenato nella corsa, anche con il freddo e sotto la pioggia. Grazie al suo fisico minuto ma scattante e all'allenamento, durante le prove per le Piccole Olimpiadi della scuola era risultato tra i più veloci della sua età, per cui tutto faceva presagire che finalmente sarebbe riuscito ad esser BRAVO in qualcosa, per la prima volta... E magari il più bravo! E' la mattina della gara, nonostante minacci pioggia e soffi imperterrito un vento freddo, gli spalti attorno al campo di atletica sono pieni di genitori-tifosi, armati di macchine fotografiche. I bambini vengono allineati sulla linea di partenza, ciascuno nella propria corsia, pronti per il segnale di partenza. Il Piccolo-che-sta-crescendo è particolarmente in ansia, aspetta questo momento da così tanto tempo... Un signore attempato e panciuto dà il via facendo esplodere un colpo. Il Piccolo-che-sta-crescendo scatta via velocissimo, davanti a tutti. E' il più piccolo, una pulce in mezzo ai suoi compagni, ma anche il più veloce. Fa qualche metro, davanti a tutti gli altri. Poi, d'improvviso, si blocca: la sua scarpa destra è uscita dal piede. Prova a continuare la corsa con la scarpa mezza tolta ma è inutile; arriva ultimo, zoppicante, avvilito e pieno di imbarazzo. L'umiliazione e la delusione stampate in faccia. Cos'è accaduto? Come si spiega che il Piccolo-che-sta-crescendo è riuscito a fallire anche in ciò in cui era bravo e per cui si era allenato a lungo? E' stata solo colpa di un laccio male annodato? Io non credo. Io credo invece che per bambini così, che non hanno alcuna fiducia o stima in se stessi, che sono abituati ad ottenere solo frustrazioni e sconfitte, che hanno di sè un'mmagine negativa e fallimentare sia più difficile affrontare un successo che subire il solito, inevitabile insuccesso (in quello oramai sono esperti). Per mio figlio, vincere non voleva dire semplicemente tagliare il traguardo per primo. Vincere significava interrompere un'infinita ed ineluttabile catena di delusioni e fallimenti, significava riaprire la porta alle speranze di affermazione di sè, alle aspettative di succeso. Vincere avrebbe provocato una temibile onda sismica che avrebbe travolto le consolidate certezze della propria inadeguatezza ed incompetenza, vincere avrebbe causato un terremoto emotivo che avrebbe ribaltato l'immagine di sè e delle proprie capacità. In questi casi, in difesa dello status quo, per mantenere un equilibrio basato su ciò che, anche se non gratificante, ci è oramai abituale, entrano in gioco i sabotatori interni, cioè le aspettative negative, le paure recondite, l'ansia di prestazione, la disistima, il bisogno di ciò che ci è noto e abituale, che ci impediscono di rompere il cerchio, di essere diversi, migliori, da ciò che si crede. Inconsapevolmente, ci impediscono di esplicare al meglio le nostre qualità, di credere nelle nostre risorse facendoci perdere una scarpa durante la corsa della nostra vita. Sabotatori così li abbiamo tutti. Sono i limiti che ci autoimponiamo, le barriere che innalziamo a nostra difesa, i legacci che ci impediscono di spiccare il volo. Li abbiamo generati noi, in nome della nostra stabilità emotiva, della nostra tranquillità. Solo noi possiamo smascherarli e disarmarli. Oppure inciamperemo sempre a un passo dal traguardo.

giovedì 17 giugno 2010

LA TELEFONATA...

Ore 8,30: sono in ufficio, mi suona il cellulare, rispondo impegnata. Dall'altra parte una voce metallica:"E' la mamma dell'Adolescente?", "Si, sono io...", "E' il liceo...", "Si...", "...mmm, volevamo informarla che suo figlio non è stato ammesso alla classe seconda". Poche parole di convenevoli, che non capisco, a cui rispondo non so cosa. Saluti e la comunicazione si interrompe. La stanza gira, non so più dove sono, non so cosa devo fare, sono paralizzata dallo choc. Per un tempo che non so definire ho la testa completamente vuota. Sono incapace di pensare. E di agire. Poi all'improvviso, così veloci come se ne sono andati, i pensieri tornano, tutti insieme, caotici e numerosi. E si sommano ai ricordi, alle aspettative, ai propositi e alle promesse. Sono più bocciata di lui. Mi hanno valutata e dichiarata non idonea. Come genitore, madre, educatrice. Non ho passato la prova. Nè io nè suo padre. Ma sento, inevitabilmente, me stessa un pò più colpevole di lui... Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto? In che cosa son stata mancante? Sono stata troppo pretenziosa. Eccessivamente permissiva. Invadente. Distante. Impegnata. Coinvolta all'eccesso. Maestrina. Comunista. Troppo democratica. Alla nursery, si son dimenticati di fornirmi il libretto delle istruzioni ed io, presuntuosa, ho creduto di non averne bisogno. Ma sul funzionamento di un figlio si è sempre impreparati. E si crede che l'amore sia al di sopra di tutto. Capace di risolvere e di indicare la strada. Invece gli ingranaggi son complessi, delicati, quasi sempre confusi. L'ho legato a più giri, con filo robusto, ai miei desideri, alle mie volontà, agli affetti invischianti di una famiglia troppo protettiva. E lui, per liberarsi dai lacci, si farà male. La sua identità, per uscire dalla gabbia dorata in cui è imprigionata, dovrà attraversare strade tortuose, percorsi con curve forvianti, cammini faticosi. E' tutto da rifare. Ma non ho idee circa il punto d'inizio. Nella sua classe, composta da 35 ragazzi, di cui qualcuno si è perso per strada nel corso dell'anno, 10 hanno avuto il suo stesso destino, la maggioranza è stato rimandato e solo un paio son stati promossi. Selezione. Meritocrazia. Valutazioni generiche e piene di pregiudizi. Un preside in linea con le scelte del governo. Ho in mente anch'io una telefonata: "Pronto??? Maria Stella Gelmini???!"...sul contenuto lascio libero spazio all'immaginazione...

sabato 6 marzo 2010

ABBASSO LA SQUOLA!!!

Odia la scuola, mio figlio.
E' sempre stato un bambino intelligente. Curioso, intuitivo, interessato a tutto. Desideroso di sapere ogni cosa, ascoltava attento le risposte alle mille domande che poneva. Domande argute che, talvolta, mi mettevano pure un po' in difficoltà. Ma perchè la Terra sta sospesa nello spazio e non cade? Quando si muore, dove si va? Ci stupiva con le sue intuizioni, la sua voglia di capire, la velocità con cui faceva calcoli a mente. Ma tutto questo era prima. Prima della scuola, con le sue sanzioni, le note, i brutti voti. Era prima dei quadernoni con le pagine dagli angoli arricciati, prima dei compiti da rifare, dei dettati da copiare senza errori. Era prima delle regole da imparare a memoria, delle frasi tracciate con quella grafia incerta e cianciucata con le a che sembrano o, le elle troppo basse, le e troppo alte. Prima delle doppie dimenticate, degli accenti smarriti, delle maiuscole pedute. Prima di tutti quei segni rossi a sancire un'incapacità.
Odia la scuola, ostinatamente, di un odio profondo come per chi ti ha deluso e a lungo ferito. La scuola, che, come un re Mida al contrario, o come l'anello di Lavinia, trasforma tutto ciò che tocca in cacca, riduce ogni sapere a compito ingrato e noioso, trasforma ogni interesse in pedissequo studio mnmonico, riconduce ogni apprendimento a deprimenti test di verifica. La scuola che nega il piacere di conoscere scoprendo e sabota la capacità di imparare divertendosi. Lui che si divertiva a decifrare, sapiente, il mistero dei segni che formano le parola, ora odia leggere. Lui che calcolava, efficiente e veloce, il valore delle percentuali, ora che la scuola glielo richiede ne è divenuto incapace. Mistero dell'amore e della conoscenza. Che pretendono la libertà, il rispetto, lo scambio gratuito. Invece odia la scuola, mio figlio. Perchè è il luogo sleale che consacra la sua diversità, ratifica inesorabilmente la sua inferiorità, stigmatizza la sua irrimediabile inadeguatezza ed incapacità di corrispondere alle aspettative. Con quanta violenza inutile vi si sottolineano e sanzionano i suoi errori. Con quanta pedanteria si punta il dito sempre e solo sulle mancanze, sulle difficoltà, sugli insuccessi. Con quanta sterile inflessibilità si nega il percorso fatto per rimproverare quanto resta ancora da percorrere. Ed allora è guerra. Un'interminabile lotta impari da cui Il Piccolo esce sempre sconfitto ed umiliato.
Mi sorge un dubbio: ...non sarà che... anche la Scuola odia mio figlio?

lunedì 22 giugno 2009

TORNARE A BARBIANA...

Sabato, per una giornata di studi organizzata dall'Università di Firenze sono stata a Barbiana.
Vi si arriva salendo lungo una strada stretta ed irta in mezzo a boschi che d'improvviso si aprono per lasciare intravedere la chiesa e la piccola canonica. Null'altro.
Quando il 7 dicembre 1954 arrivò qui il parroco don Lorenzo Milani, non c'erano strade, acqua, luce e scuola. All'epoca la popolazione di Barbiana ammontava a 40 persone sparse qua e là in casette isolate tra i boschi ed i campi. Per Don Lorenzo Milani il periodo di Barbiana fu un vero e proprio esilio ecclesiastico: un sacerdote di 31 anni mandato lassù per farlo tacere dato che nel suo apostolato applicava il Vangelo senza alibi e compromessi. I ragazzi che abitavano questi luoghi sperduti erano figli di contadini e passavano le giornate a lavorare nei campi. Don Lorenzo capì che per superare le differenze sociali e farne cittadini critici e consapevoli era necessario fornire loro un'istruzione adeguata. Ma la scuola pubblica non era in grado di farlo perchè era una scuola selettiva e classista che promuoveva i figli delle classi più ricche e benestanti, i Pierino del dottore, che sapevano parlare bene mentre bocciava i figli dei poveri, li emarginava, li escludeva dal sapere.
"Prima di venirci né noi né i nostri genitori sapevamo cosa fosse la scuola di Barbiana [...] A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c'è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere.[...]Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé…"

Don Milani ci ha insegnato che fare scuola non è un fatto neutrale, nè lineare, nè apolitico. Fare scuola significa formare futuri cittadini, dar loro una possibilità di crescita e riscatto sociale. Ci ha mostrato che finchè esiste una differenza tra classi di istruzione, di cultura, di accesso al sapere non sarà possibile per le classi meno abbienti l'accesso effettivo al potere. Fortemente credeva che sapere è potere, e che l'ignoranza in cui veniva forzatanmente tenuta la stragrande maggioranza della popolazione fosse lo strumento migliore di repressione non cruenta. Imperterrito si aspettava che tutti apprendessero, non esistevano somari nella sua scuola perchè, come ci ha detto un suo allievo, "non si andava avanti finchè anche l'ultimo di noi non aveva capito". Ogni mattina arrivavano a Barbiana almeno due quotidiani e la lezione si teneva su quanto letto sui giornali; ogni notizia veniva sviscerata, ritradotta in un linguaggio più usuale e comprensibile, approfondita con ricerche sui paesi, popoli, personaggi, questioni lette. Non vi era ricreazione, nè giorni di riposo, nè vacanze estive. I ragazzi stavano a scuola 365 giorni l'anno (366 negli anni bisestili) per quasi dodici ore al giorno. Parte della giornata però veniva dedicata al nuoto nella stagione estiva, ad imparare a stare sugli sci durante l'inverno e alla lavorazione di legno e ferro nel piccolo laboratorio della canonica.

Barbiana è, oserei dire, un luogo ricco di sacralità, dove il tempo sembra essersi fermato. E nonostante la chiesetta misera dalle pareti scrostate, la stanzetta squallida che fungeva da aula, il semplice pergolato sotto cui d'estate Don Lorenzo insegnava ai suoi ragazzi, nonostante la povertà degli arredi, qui si respira un'aria di ricchezza, di cultura, di giustizia e riscatto sociale, di speranza per un futuro migliore. Barbiana è un luogo sacro per molti di noi che scegliemmo di diventare insegnanti perchè abbiamo creduto di cambiare il mondo cambiando gli uomini, rendendoli più giusti, equi, responsabili attraverso una buona istruzione e formazione.

Tornare a Barbiana per me significa tornare indietro sui miei passi per rammentare a me stessa i motivi e le ragioni alte che mi spinsero a fare l'insegnante. Significa ricordare che, con le mie scelte, il mio esempio, il mio operato, posso fare la differenza, garantire a tutti anche agli ultimi degli ultimi uguali opportunità formative e di crescita, uguali opportunità di scegliere del proprio destino. Significa non dimenticare che non ho esaurito i miei doveri quando ho spiegato puntualmente la mia lezione ma quando sono stata in grado di arrivare a tutti, di esser compresa da tutti. Significa non perdere mai di vista l'idea che la Scuola deve essere uno strumento di promozione dell'individuo non di selezione e pertanto deve accogliere, farsi carico, promuovere la crescita e non escludere, abbattere, tenere ai margini del sapere. E ancora significa aver voglia di mettersi in gioco per costruire insieme ai miei alunni la strada da percorrere, affiancandoli nel tragitto, rialzandoli quando cadono, spronandoli quando hanno bruschi momeneti di arresto. Felice di poterli vedere un giorno camminare da soli.

TORNARE A BARBIANA... SEMPRE.

martedì 9 giugno 2009

E in quanto a Pierino...

D'accordo: lo ammetto! Dando voce solo alla mamma di Pierino ho trascurato la cosa essenziale: il dolore di Pierino. Perchè sì, il dolore della mamma di Pierino è profondo e ignoto ai più. Ma ancora più profondo e angosciante è il dolore di Pierino. Mascherato, certo, dietro quella sua aria strafottente, nascosto dai frizzi e dai lazzi con cui ripara alle sue mancanze. Ma profondo, assordante, incontrastato. E talmente radicato che Pierino porterà a lungo le cicatrici di quelle ferite, subite nell'età in cui si è più fragili, incerti, indifesi.
Racconta Daniel Pennac, - proprio lui! Forse uno dei più grandi scrittori contemporanei e sicuramente il mio scrittore preferito - di essere stato ai tempi della scuola un somaro. Umiliazione mai dimenticata, quella di essere stato l'asino della classe. Dolore mai completamente assopito. Ferita mai del tutto rimarginata.
Il fatto è che il cappello d'asino si porta più facilmente a posteriori. E' addirittura un'onorificienza che in società ci si attribuisce spesso. Ti permette di distinguerti da coloro il cui unico merito è stato quello di seguire i sentieri tracciati del sapere. Il gotha pullula di ex somari eroici. Li senti quei furbacchioni, nei salotti, alla radio, presentare le loro disavventure scolastiche come grandiose gesta di resistenza. Io credo a quelle parole solo se vi colgo la lieve eco di una sofferenza. Perchè se anche possiamo guarire dalla somaraggine, le ferite che essa ci ha inflitto non rimarginano mai del tutto. Quell'infanzia non è stata divertente, e ricordarla non lo è di più. Impossibile andarne fieri. Come se l'ex asmatico fosse fiero di aver sentito mille volte che stava per morire soffocato! E tuttavia il somaro che se l'è cavata non vuole essere compatito, per nulla al mondo, vuole dimenticare, tutto qua, non pensare più a quella vergogna. E poi sa, dentro di sè, che avrebbe potuto benissimo non cavarsela. Dopo tutto, i somari irrimediabilmente perduti sono molto più numerosi. Ho sempre avuto la sensazione di essere uno scampato.*
In che modo è riuscito a sopravvivere alla vergogna causata dalla propria somaraggine, al senso di solitudine di chi non capisce ed è perso in un mondo in cui tutti gli altri capiscono?
Gli insegnanti che mi hanno salvato [...] non si sono preoccupati delle origini della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercarne le cause e tanto meno a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l'hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora...Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.*
*Daniel Pennac Diario di scuola

martedì 19 maggio 2009

Riflessioni OPPORTUNE di una maestra

Oggi Piccolouomo è corso da me perchè aveva un problema. In cortile la macchinina con cui stava giocando è scivolata aldilà della recinzione, nel terreno confinante la scuola. Recuperarla da lì è impossibile. Piccolouomo è un bambino di poche parole ma i suoi occhi parlano e ti inchiodano alle tue responsabilità. Non ti lasciano scampo, non ti consentono di essere superficiale o indiffente o frettoloso. I suoi occhi silenziosi oggi chiedono il mio aiuto. E allora che fare? Mi chiedo che cosa farebbero al mio posto le mie colleghe. Quelle più anziane, più esperte, quelle col bollino e la garanzia di sapere sempre qual'è la cosa giusta da fare, senza indecisioni nè dubbi.
Le sento rispondere al mio posto: "Ti arrangi!" "Devi stare più attento alle tue cose", "La prossima volta penserai meglio a quello che fai", "Te lo avevo detto ma come al solito VOI non mi ascoltate", "Così impari a riflettere prima di agire!".... Eccole le risposte giuste!
Ma io non riesco a dimenticare com'ero e cosa sentivo da bambina: la profondità dolorosa di certe emozioni che gli adulti ritenevano insignificanti, la cocente delusione per il mancato aiuto, la rabbia nel vedere sminuiti i propri problemi e le proprie necessità, l'attaccamento affettivo verso le proprie cose e la paura di perderle, il senso d'impotenza difronte alle decisioni irrevocabili degli adulti. E leggo in fondo ai suoi occhi la speranza muta che io lo aiuti. E così, dimentica della saggezza pedagogica delle illustrui colleghe esperte, d'impulso mi impegno e prometto di ritrovargliela la sua macchinina. Del resto mica è una macchinina qualsiasi: è Saetta McQueen e non si può certo abbandonare tra le frasche di un praticello qualsiasi!
Piccolouomo, sollevato ma non troppo, torna a giocare.
Io, invece, rimango inchiodata alle mie perplessità, a pensieri pedanti che mi rimproverano di aver sbagliato perchè comportandomi come quel medico pietoso non gli permetterò di crescere, di maturare, di prendere coscienza che le proprie azioni hanno sempre delle conseguenze... Mi ricordano che I no aiutano a crescere.
Mi assale la sensazione scomoda di non essere stata all'altezza del compito, di aver agito d'impulso, di essermi lasciata trascinare dai sentimenti, senza riflettere sui bisogni formativi e le opportunità educative. Insomma di aver perso una buona occasione per insegnargli ad essere più responsabile!
Poi però, banditi i sensi di colpa e di inadeguatezza professionale, ho pensato che insegniamo di più con il nostro comportamento che con le parole, con l'esempio concreto più che con dotte lezioni, con la coerenza delle nostre azioni più che con la pertinenza dei nostri argomenti. Non siamo solo educatori, insegnanti, genitori. Siamo esempi, forniamo modelli che ne influenzeranno le scelte, i comportamenti, tutta la vita futura. Gli adulti che saranno dipenderà in gran parte dagli adulti che hanno incontrato, conosciuto, stimato e magari amato nel corso della loro vita. D'istinto io l'ho ascoltato, ho accolto il suo disagio, fatto mio un suo problema e mi sono impegnata ad aiutarlo a risolverlo senza sminuire i suoi sentimenti e senza ergermi a giudice inquisitore dei suoi sbagli. Davvero tutto questo non gli ha insegnato nulla?
...Chissà, solo il tempo lo dirà.
Quel che io so è che vorrei che i miei alunni e mio figlio diventassero un giorno adulti, non arroccati arrogantemente sulle proprie posizioni e sulle proprie certezze ma capaci di ascolto, di comprensione, aperti all'altro e disposti a dare una mano.

giovedì 5 marzo 2009

VALUTAZIONI FANTASIOSE...

In auto, di ritorno da scuola, mio figlio d'improvviso mi dice: "Sai c'era la verifica...". Io, balbetto, già in preda al panico: "Come la verifica?", "Sì" ribatte serafico. Rallento, spengo la radio, respiro a fondo, e riprendo l'interrogatorio: "Verifica di che cosa, scusa? Io non ne sapevo niente...", e, senza aspettare la risposta, "Ieri non abbiamo ripassato niente...." (aumento delle pulsazioni)... Lui, tranquillo, "Verifica di storia." Io senza riuscire a controllare l'ansia che cresce, "...e com'è andata?"
Mio figlio e la scuola, la scuola e mio figlio.... la mia spina nel cuore, la mia pena segreta, lo scoglio dove si arenano tutti i miei buoni propositi materni di pazienza, sollecitudine, incoraggiamento, il terreno di scontro dei nostri quotidiani conflitti, l'angolo buio del nostro rapporto....
"Bene! Ho preso Bravo e q"
"Cosa hai preso, scusa?" chiedo, perplessa, io.
"q!" (si proprio q di quadro!)
"Come q? Che cosa significa?".
Rifletto. Forse le sue insegnanti hanno deciso di utilizzare le lettere dell'alfabeto, come nel modello americano...dunque se A indica il pieno raggiungimento degli obiettivi (insomma il nostrano 10, per intenderci), che cosa può significare Q? A, B, C, .....Q Beh...almeno...SOTTO ZERO. No, non può essere... Allora vediamo...Che stia per qb, quanto basta, come in cucina? Ci potrebbe stare per uno che fa sempre il minimo indispensabile...ma è poco credibile...
Poi all'improvviso mi viene un'idea....che sia un nove?
" Tesoro, scusa, ma sarà stato un 9?"
"bo...forse...era un pallino con un gambo sotto...."
BENEDETTA PAZIENZA! Mi chiedo: ma da che pianeta arriva mio figlio?
s + s + s + s + s + s + s + s
Allibita e completamente ammutolita ho urgente bisogno di rileggere qualche brano di Pennac che mi ricordi le mie priorità, e mi riconduca, pacificata, ai miei buoni propositi....
Perché eravamo preoccupati.[...]
Era sordo?
O magari dislessico?
Non aveva mica intenzione di farci un "rifiuto scolastico"?
O di accumulare un ritardo irrecuperabile?
Allora?
Pigro?
Semplicemente pigro?
No, seguiva il suo ritmo, ecco tutto, che non è necessariamente quello di un altro, e che non è necessariamente il ritmo uniforme di una vita. Il suo ritmo di apprendista lettore, che conosce accelarazioni e brusche regressioni, periodi di bulimia e lunghe sieste digestive, la sete di progredire e la paura di deludere...
Solo che noialtri "pedagoghi" siamo usurai impazienti.
Detentori del Sapere, lo prestiamo contro interessi. E vogliamo che renda, e in fretta! Se ciò non accade, è di noi stessi che dubitiamo.
Daniel Pennac, Come un romanzo

lunedì 9 febbraio 2009

UNA MATTINA COME TANTE

Non scrivo mai del mio lavoro a scuola, delle mattinate con i miei rospetti, delle buffe battute, degli abbracci affettuosi, delle profonde riflessioni con cui talvolta mi sorprendono, delle storie che mi raccontano... non indugio mai, scrivendo di me, di questa parte così importante, essenziale e gratificante della mia vita. Un po', lo ammetto, per gelosia, per l'esigenza di tenere solo per me questi momenti e di custodirli gelosamente e con rispetto quasi sacro, non condividendoli con altri, un po' per il timore di banalizzare quanto per me è così coinvolgente ed intimo e invece potrebbe apparire ad occhi estranei troppo semplice, o troppo noioso, o troppo insignificante... Oggi, invece, vengo meno ai miei propositi. Voglio raccontarvi la mia mattinata a scuola.
8:25 - Arrivo a scuola trafelata, dopo aver dovuto attraversare il centro cittadino (due volte: andata e ritorno) per portare in un'altra scuola, mio figlio, bambino fortunato perchè, avendo una madre insegnante, è costretto ad entrare prima dei suoi compagni. Mi accoglie Franco, gentile collaboratore scolastico, dicendomi "abbiamo teatro anche stamani", non riferendosi al progetto di plesso ma a Nek, un mio alunno dagli occhi verdemare che, da quando la sorellina piccola, ammalatasi di polmonite, è costretta a stare a casa, non vuole più venire a scuola. Lo trovo disperato, le lacrime che gli scendono, incontenibili e mentalmente mi impongo pazienza Miranda, pazienza.... (è un mese che si replica la stessa scena). Lo convinco a venire in classe, gli misuro la febbre perchè si crede ammalato, negozio, ascolto, spiego, abbraccio, e consolo.
8:30 - Io e Nek abbracciati entriamo in classe. Mi sta aspettando una mamma perchè, mi dice, la bambina si è sentita male prima di venire a scuola, ma mi tranquillizza "non è un virus deve essere una semplice indigestione e se si sentisse male mi chiami che vengo a riprenderla". (ma solo gli altri hanno figli che guariscono miracolosamente nel tragitto casa-scuola?)
10:00 - Dina viene a dirmi che ha mal di testa. Le capita ormai ogni giorno alla stessa ora, sarà la stanchezza, sarà la fatica di condividere uno spazio neanche troppo grande con altre 25 persone. Le tasto la fronte: è fresca; le suggerisco riposati un pochino, hai lavorato tanto...; la mando in bagno. Come ogni mattina tutto questo non funzionerà e lei verrà a lamentarsi ogni due minuti (da cronometro) fino al suono della campanella che dà inizio alla ricreazione.
10:20 - La bambina miracolosamente guarita nel tragitto casa-scuola è stata truffata. Niente miracolo, piange sommessamente, vuole andare a casa. E' un po' calda e bianca come morto. Telefono alla madre: verrà a prenderla appena finito il turno di lavoro.
10:30 - Ricreazione: distribuiscono la merenda a tutti. Arriva Bambola, una bambina minuscola piena di capelli ricci, a dirmi che le sente la spalla, che già le sentiva a casa, e non ha fame. La convinco a bere almeno il succo (accidenti a me!). La mando in bagno con una compagna che so si prenderà cura di lei. Torna sorridente e si mette a giocare.
10:45 - Bambola inizia ad elargire come un bancomat impazzito, in quest'ordine: il succo, la colazione della mattina, la cena di ieri sera e chissà cos'altro. Banchi, sedie, pavimento, niente si salva...il dubbio è lecito: ma è una bambina o un cammello travestito da bambina? Corro da lei, è spaventata, la sorreggo, le parlo dolcemente, la rassicuro, mando i compagni fuori temendo l'effetto domino, grido loro di chiamare Franco. Tra le lacrime lei mi ricorda: te l'avevo detto che stavo male. Tesoro avevi detto la spalla, la spalla...
11:00 - Franco è in classe a pulire, l'odore della varechina è insopportabile, non si può entrare. Le altre classi sono già al lavoro. Metto i bambini seduti per terra, mi raccomando di parlare piano per non disturbare il lavoro degli altri. Corro a telefonare alla mamma di Bambola. Nel corridoio i bambini fanno baccano (ma perchè il gioco del silenzio non funziona mai con i miei alunni? ). Mi siedo con loro, e dò inizio al gioco dell'anello.
11:15 - La classe è pulita ed arieggiata. Grazie Franco. Possiamo rientrare e metterci al lavoro.
11:17 - Quando sono tutti seduti, arriva, di corsa, il Piccoletto dicendo che ha urgenza di andare in bagno.
11:18 - Sento bussare alla porta: un bambino mi dice che il Piccoletto in bagno mi vuole. Vado. Che succede? Non ho fatto in tempo maestra (e si sente! eccome se si sente...). Lo rassicuro: è l'influenza, tesoro, non sei ancora guarito (lo avevo mandato a casa febbricitante tre giorni fa).
Sono di nuovo al telefono: spiego alla mamma cos'è successo, rispondo a mille e più domande, ascolto mille e più spiegazioni, ma alla fine ce la faccio a farmi capire che il bambino deve andare a casa subito: manderà il nonno a prenderlo perchè lei è a lavoro.
11:30 - FINALMENTE ci possiamo mettere al lavoro.... bussa Franco: c'è la mamma di Bambola....

Questa telecronaca doveva essere, in realtà, lo spunto per fare un commento sulla difficoltà per ogni madre lavoratrice, spesso a nero o con contratti di precariato, a provvedere alla cura dei propri figli quando ne hanno bisogno, sulla professione d'insegnante, ultimamente così denigrata e ridotta in maniera sterile a prima alfabetizzazione, sull'impegno, la serietà, la passione che richiede l'occuparsi di bambini e del loro quotidiano, sull'impossibilità di lavorare serenamente, rispondendo ad ogni richiesta, aspettativa, necessità di ognuno con classi così numerose, sulla carenza di strutture, personale, strumenti essenziali nella nostra scuola (un solo collaboratore in una scuola di quasi cento alunni, mancanza di carta, di telefono portatile...).

Rileggendo però, credo non ce ne sia bisogno...

sabato 17 gennaio 2009

La scuola va a nozze con i fichi secchi...

Se si perde loro (i ragazzi più difficili)
la scuola non è più scuola.
É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
Don Milani Lettera a una professoressa
Il sipario massmediatico sulla scuola è calato, l'onda di studenti ed insegnanti scesi in protesta nelle piazze di tutta Italia s'è infranta e sciolta nel mare tranquillo del quotidiano tran tran, le famiglie hanno indirizzato altrove la loro buona dose di preoccupazione... ma il governo e la Ministra non hanno abbandonato il loro progetto di scuola. E così dopo il violento temporale estivo della Finanziaria, che si abbatteva come una mannaia sulla scu0la, riducendo risorse, insegnanti, tempo orario e classi, ora cade sulla scuola la pioggerellina lieve dei decreti attuativi e dei regolamenti che reneranno ufficiale ed irrimediabile il volto nuovo della scuola targata Berlusconi. Una pioggerellina leggera ma costante, che passa inosservata ma che si sta infiltrando, maligna, in ogni fessura e finirà per far franare completamente la nostra scuola. Quanto emerge da questa normativa non lascia adito a dubbi: il profilo della scuola cambierà radicalmente e più in fretta possibile. Infatti, se in un primo tempo, c'era stato detto che la riorganizzazione sarebbe stata graduale (cioè iniziando dalla classe prima poi di anno in anno estendendosi a tutte le classi) ora è chiaro invece che già dal prossimo anno tutte le classi dovranno adeguarsi al nuovo regime: insegnante unic@ (che non sarà unic@ perchè comunque sarà affiancat@ da insegnanti di religione e forse, di inglese e se il tempo orario supera le 24 ore da altri insegnanti), abolizione delle compresenze, aumento del numero di alunni per classi.
Si torna dunque ad una scuola d'altri tempi?
Il vecchio modello di scuola basato su un insegnante unic@, durato in Italia più di secolo, rispondeva alle esigenze della società di allora, rurale e scarsamente alfabetizzata, dove il dialetto per molti era ancora l'unica lingua. Pertanto si richiedeva alla scuola elementare di fornire una prima alfabetizzazione, di insegnare a leggere, a scrivere, a far di conto. Era una scuola selettiva, classista e sanzionatoria che privilegiava un ceto sociale, quello medio-alto, e tagliava fuori tutti gli altri. In questa società e attraverso questa scuola i figli degli operai e dei contadini sarebbero stati fatalmente operai e contadini, non avevano scampo. Solo ai figli di famiglie di ceto sociale medio-alto era consentito l'accesso al sistema scolastico secondario: tra di essi sarebbero stati scelti i membri della classe dirigente del Paese. Questa scuola perdeva ogni anno 46000 studenti, che appartenevano tutti agli strati sociali più poveri (ve ne stupite?).
Il processo graduale di democratizzazione della società, l'industrializzazione e un benessere più diffuso, portarono a rimettere in discussione l'assetto sociale e di conseguenza il sistema scolastico che di quell'assetto era la catena di trasmissione. Le rivendicazioni operaie, la speranza, diffusa in tutti gli strati sociali, di poter garantire ai propri figli un futuro migliore del proprio, grazie ad una maggiore istruzione, e dunque per l'operaio di avere un figlio dottore, le contestazioni studentesche del 68, l'esperienza e le riflessioni di Don Milani e delle Nuove Scuole portarono ad un ripensamento delle finalità educative e dei sistemi d'insegnamento e di valutazione. Sotto tutta questa pressione la Scuola mutò gradualmente aspetto, facendosi più democratica e aperta alla società civile, con i Decreti Delegati del '74 che permettevano la partecipazione dei genitori e degli studenti alla vita della scuola, più egualitaria, con la chiusura delle scuole speciali e l'inserimento nelle classi dei portatori di handicap, più promotiva e non più sanzionatoria con l'introduzione della valutazione formativa, più motivante ed efficiente con l'individualizzazione e la diversificazione dei percorsi di apprendimento. Con i provvedimenti successivi riuscì a garantire una maggiore formazione, passando dall'insegnante unic@ al team docente, ampliando il tempo scuola, introducendo l'insegnamento della lingua2 (inglese), dell'informatica e permettendo attività laboratoriali e progetti di recupero grazie alle ore di compresenza che il modulo permetteva.
Ecco che oggi, con i provvedimenti del Governo Berlusconi, tutto questo viene cancellato! Senza un progetto educativo coerente, trascurando i bisogni formativi dei ragazzi, negando le esigenze e le aspettative delle famiglie, dimenticando i danni che una scuola "povera" di tempo scuola, di insegnanti, di risorse, di progetti, può causare. Il modello scolastico che si propone, anzi si impone non è un semplice ritorno al passato, al buon tempo andato, quando il formaggio ed il latte si compravan dal pastore e i pomodori si coglievano nell'orticello dietro casa e, mamma!, quant'eran più buoni! Semplicemente perchè quella società non c'è più, si è modificata, e son mutate le nostre esigenze e le aspettative che ogni famiglia riversa sulla scuola dei propri figli. A meno che il fine ultimo non sia proprio ripristinare quel tipo di società, dove le classi sociali sono nette, chiuse e ben differenziate, dove l'ascesa sociale è di fatto impedita da differenti opportunità formative, dove il destino di ciascuno è già ben scritto nell'appartenanza a questa o a quella classe sociale. Non so che dire...il dubbio è legittimo e terribile...
STIAMO IN GUARDIA!!!!
Quanti vocaboli possiedi? Al massimo 250.
Il tuo padrone non ne possiede meno di 1000;
questa è una delle ragioni per cui lui resta padrone
e tu rimani nelle condizioni in cui sei, povero e servo.
Don Milani

sabato 13 settembre 2008

CONTRO IL MAESTRO UNICO

Care amiche, inizia la scuola ma tira davvero una brutta aria...
Il Ministro (Brunetta) e la Ministra (Gelmini) tuonano contro noi insegnanti: fannulloni, impreparati, assenteisti, rovina della scuola. La scuola italiana non raggiunge i livelli europei e di chi è la colpa?
Ma naturalmente degli insegnanti!!! Non delle mille normative, riforme, riformine e riformucce che ci son piovute addosso in questi anni, contraddittorie, incompiute, spesso incomprensibili e didatticamente immotivate. Non dei tagli alle classi, ai fondi d'istituto, al personale addetto Non alla riduzione del tempo scuola, degli insegnanti di sostegno, delle ore di compresenza (impiegate in supplenze!). Ogni ministro nuovo, una normativa nuova e soprattutto un ulteriore taglio alle spese per la scuola! E noi insegnanti sempre in prima linea, presenti, responsabili, a tamponare, a cercare di minimizzare l'impatto, a spiegare alle famiglie, consapevoli che la scuola non è un'azienda come le altre, che gli utenti non sono utenti comuni ma sono i minori e le loro famiglie, che il servizio erogato non è accessorio ma fondamentale, e va arricchito e non defraudato. Mentre il nostro stipendio diminuiva (perdita del 21% del potere di acquisto), le nostre classi diventavano più numerose e difficili (più stranieri con la loro ricchezza ma anche tutte le problematiche relative, e più studenti difficili reduci da genitori separati e in guerra), le famiglie ci sostenevano sempre meno e ci richiedevano più competenze (informatica, inglese...).
La scuola è malata? Riduciamo gli insegnanti e limitiamo il tempo scuola. Per un ritorno a quarant'anni fa! Che strana ricetta che di fronte ad un malato grave prescrive niente più medicine e niente più terapie!!
Ma, in concreto, cosa significherà il ritorno al maestro unico con l'orario ridotto a 24 settimanali?
  • un solo insegnante si dovrà occupare di tutti gli ambiti disciplinari con conseguente maggior approssimazione nell'insegnamento impartito (non è possibile programmare adeguatamente tutte le dieci materie invece delle tre-quattro che ci spettano oggi),
  • verranno meno le ore di contemporanea presenza utilizzate in questi anni per attuare percorsi individualizzati, lavori di gruppo e per il recupero (insomma potevi lavorare separatamente con quei due o tre che ancora non sapevano fare la divisione, o con gli altri che avevano difficoltà a leggere, o altro e consentivi loro di raggiungere l'obiettivo);
  • non sarà possibile fare alcune attività che in questi anni hanno riscontrato molto successo nella scuola e sono risultate altamente formative. Ad esempio l'uso del pc (chi se la sente di portare 25 bambini in un laboratorio di informatica da solo?), o il teatro, o progetti ambientali di semina...;
  • non saranno più possibili uscite e visite guidate (per legge non può un insegnante da solo portar fuori più di 15 bambini);
  • si avrà una drastica riduzione delle ore curricolari dedicate alle materie fondamentali (a meno che la Ministra non voglia abolire storia e geografia -probabile-). Facciamo due conti: 24 ore in totale saranno distribuite così: 2 religione (non credo proprio abolisca religione), 2 inglese, 3 per le educazioni (immagine, motoria e musica), 2 storia, 2 geografia, 2 scienze, e siamo a 13. Rimangono 11 ore da cui togliere 1 ora e mezza di pausa (vogliamo dare ai bambini almeno i 15 minuti canonici d'aria al giorno?) e 1 d'informatica. TOTALE: 8 ore e mezzo per italiano e matematica!
  • avremo differenze enormi nella preparazione dei nostri figli, poichè non si può pensare che chi sta a scuola 24 ore sia ugualmente preparato come chi ci sta per 40 ore (la Ministra ha detto che manterrà il tempo pieno)

...E volutamente tralascio le valutazIoni psico-pedagogiche, che indicherebbero come più facilmente un team docente sia in grado di attivare più canali comunicativi, possa mettere in campo competenze diversificate e modalità relazionali differenziate... e via dicendo con quel vuoto pedagogismo sessantottino che ha rovinato la scuola! Mi chiedo, inoltre, cosa faranno i nostri figli tutti i pomeriggi in casa da soli? Saranno le famiglie in grado fornire delle valide alternative a tv e play station, che permettano l'aggregazione e la socializzazione con il gruppo dei pari?

Sono stanca! Non è questa la scuola in cui sognavo di insegnare....

PER FIRMARE CONTRO IL MAESTRO UNICO:

http://www.firmiamo.it/controilmaestrounico.

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!

12 novembre 2011: VIVA L'ITALIA LIBERATA!!!
L'Italia è sull'orlo del precipizio, ci aspettano mesi di tagli e manovre "lacrime e sangue", l'opposizione è inesistente e Mario Monti non è il nostro eroe ma almeno...BERLUSCONI SI E' DIMESSO!!!

SE NON ORA QUANDO?

SE NON ORA QUANDO?
FIRENZE, 13 FEBBRAIO 2011.